Viaggio in Italia #02

“L’ordine innaturale degli elementi” di Barbara Buoso

Sinossi (dalle note di copertina): Le Rogazioni non avevano potuto evitare alla comunità la nascita dell’unica femmina in una famiglia di quattro fratelli. Nata nel 1972 in una casa colonica tra l’Adige e il Po, Caterina viene vissuta come una avversità e si misura da subito con l’arcaicità delle sue origini contadine, dove i padri antepongono la salute delle barbabietole a quella dei propri figli e li privano dell’infanzia affidando loro già da piccoli la faticosa cura dei campi al sorgere del sole. Sognando cannoni che sparano al cielo cospiratore si affida allora al calore dei pulcini, unici possibili alleati nella logica crudele del patriarcato rurale di una casa da cui non si usciva mai se non per andare rigorosamente in gruppo alla fiera agricola annuale. La smielatura, i venditori ambulanti a domicilio, le tempeste che lavano i campi, le luci lampeggianti dell’ambulanza che rompe l’isolamento scandiscono il suo vangelo personale. Caterina si ritaglia una sua vita nel silenzio che la proteggerà più dei santini che abbondano nella casa. E per salvarsi dovrà invertire l’ordine di elementi ineluttabili quanto le buriane e scatenare a sua volta la fantasia e gli arcobaleni contro quella terra stregata, rompendo schemi primitivi con i suoi dispetti e i suoi finti mutismi che esasperano e depistano anche il prete e la maestra, incappando in sofferte penitenze quali la reclusione nella camera dei salami, la denuncia ai carabinieri all’età di cinque anni e la gita scolastica a casa sua. Le figure femminili della casa, oppresse e devote, troveranno finalmente in Caterina una rivoluzionaria che dopo aver abdicato il sé, lasciandolo sepolto nella fossa insieme alla violenza del Cacciatore, si libera finalmente dal suo destino di lucidatrice di epitaffi, fuggendo sulle ali del litio.

Anche se nasce la notte di San Lorenzo del 1972, Caterina non è “il desiderio di nessuno”. Viene alla luce in un mondo che è un orrendo buco nero, le cui uniche regole sono dettate dalla necessità, dal bisogno e dalla povertà, morale prima ancora che materiale, in nome delle quali sembra trovare giustificazione ogni nefandezza, anche l’appagamento degli appetiti più bestiali e innominabili.
È un mondo in cui avere una figlia femmina è una iattura, e nel quale essere donna è una condanna a una vita di soprusi, angherie e violenze. Un destino che Caterina condivide con tutte le “femmine” della famiglia ma a cui, a differenza di queste, cerca di ribellarsi come può. Solo che questi tentativi scomposti e quasi velleitari, non trovano aiuti, sponde, complici: non ci sono orecchie in grado di ascoltare il suo dolore. Di più: Caterina non conosce neanche le parole per raccontarlo. All’interno della famiglia l’unica figura maschile positiva è lo zio Arnaldo, inconsapevole paladino che la protegge dal male, rappresentato icasticamente nella figura lubrica e ributtante del “Cacciatore dai mille volti”. Al di fuori, invece, solo la “maestra di Quinta” sembra accorgersi del profondo disagio della bambina, “l’unica che diventa triste quando ci sono la ricreazione e le feste”, ad essere “sempre arrabbiata”. Cerca di parlarle, di farla aprire, senza risultato. Di fronte alle barriere erette da Caterina, commette allora l’errore di andare a parlare direttamente con i suoi genitori, scatenandone l’immediata reazione e il successivo intervento del Provveditore. Perché nell’Alto Polesine c’è “la terra a cui pensare, prima di tutto” e l’unico “compito della scuola è quello di insegnare a leggere, scrivere, fare di conto”.Baldini_LOrdineInnaturaleDelleCose L’allontanamento della maestra lascia Caterina completamente sola in balia dei mostri che sono dentro e fuori di lei, una prigione dalla quale cerca di fuggire avvelenandosi. È il 1987 e il suo tentato suicidio sembra confermare a tutti che è lei ad avere problemi, ad essere strana, anormale, malata. Il sette luglio di quell’anno, Caterina inizia “a prendere la medicina per la testa”.
Nelle ultime pagine del romanzo troviamo Caterina ormai quarantenne. Ha visto “decine e decine di medici della testa” dei “centri di salute mentale migliori d’Italia”, ma non lo fa più per farsi “«aiutare» a capire, […] perché lei sapeva benissimo che non c’erano cose da capire né questioni da affrontare: quello che lei aveva vissuto era normale, era quello che avevano vissuto le sue cugine, le sue compagne di scuola, probabilmente”. L’unico “aiuto” che vuole dai medici consiste nella “santa prescrizione”, “nell’emissione della ricetta”. Per averla, però, sa di dover “dire quello che ogni psichiatra vuole sentire: che sei una vittima”. E l’estrema beffa sta nel fatto che ormai è talmente svuotata e devastata da essere convinta di mentire quando lo dice.
La sua vita è scandita dai farmaci, indispensabili per “riuscire a lavorare” ed “essere indipendente da tutto e da tutti”. C’è lo stabilizzatore del tono dell’umore, l’ansiolitico, la pillola per eliminare i sogni, quella che le consente di prepararsi per andare in ufficio. Ma la sua vita sociale è solo un palcoscenico “dove recita una parte ben precisa” e si rapporta “agli altri nella misura in cui sapeva di doverli assecondare”, per coltivare l’illusione, per lei essenziale, di avere sempre tutto e tutti sotto controllo. Addirittura “le piaceva che gli altri avessero paura di lei e la temessero”, perché in quel modo “nessuno si sarebbe avvicinato”. Insomma, i “suoi unici amici erano quei farmaci lì”, per il resto, se avesse potuto, avrebbe preferito “avere a che fare solo con il computer”.
Il dolore che prova è un “dolore dell’anima, dello spirito che era stato grattato via con la carta vetrata”, ed appare ormai inemendabile, consustanziale alla sua essenza. Come a dire che in una vita in cui l’infanzia è stata negata, macellata, stuprata, non esistono rivincite o catarsi possibili, non ci sono perdoni da poter festeggiare: rimangono solo macerie. Perché con buona pace di chi crede in ricompense e castighi ultraterreni, il risultato del Male sulle proprie vittime è sempre lo stesso: le distrugge. Qui. Ora.
Che il mondo contadino non fosse l’Arcadia cantata dai poeti non è una novità. Ma che nell’Italia a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, cioè ieri, fossero possibili situazioni come questa, è ciò che più sconvolge nel romanzo (romanzo?) di Barbara Buoso, che sceglie un registro che non concede nulla né al voyeurismo né al pietismo. E la compostezza quasi algida con cui racconta la storia di Caterina risulta, per contrasto con la crudezza degli avvenimenti narrati, ancora più disturbante ed efficace di qualsiasi invettiva moraleggiante nel sottolineare l’orrore di un mondo anomico in cui “l’ordine innaturale degli elementi” sembra la cosa più naturale di tutte.

#fallabreve: Orrori bucolici.
“L’ordine innaturale degli elementi” di Barbara Buoso
Baldini & Castoldi, 2014
pp. 151
€ 14,90 (eBook € 6,99)

 

“Vento largo” di Francesco Biamonti

Sinossi (dalle note di copertina): Paesaggi e passaggi: storie di solitudini che sembrano fuggire verso l’ampio orizzonte e che forse non si incontreranno mai; il continuo andirivieni di uomini e donne legati dalla comune necessità del contrabbando, una necessità vissuta come dedizione e sofferenza. Figure trasparenti nella loro nostalgia e nel loro disincanto, la cui tristezza viene gettata al vento largo del mare come le ceneri dei morti.

Uno spazio brullo e arido, un tempo indefinito. Un mondo duro, dove uomini e donne abituati a vivere ai margini della legalità, strappano al destino il diritto ad esistere con la stessa tenacia con cui strappano la poca terra su cui coltivare ulivi e mimose a una natura tutt’altro che benevola e che, di volta Vento largoin volta, viene definita: precipizio, voragine, strapiombo, dirupo, abisso. Terra che, in ogni caso, “è tutta dello stesso padrone. […] La rovina”.
In un racconto corale, che cresce per accumulazione di frammenti, di tratti minimi ed esatti a un tempo, in controluce, quasi in filigrana, si compone la storia di un amore. È quello fra Varí, un uomo semplice che passa la vita fra le sue terrazze stentate e l’attività di passeur, “ultimo testimone di una vita che se ne andava”, e la bella e misteriosa Sabèl. È un amore brusco, fatto di poche parole e molti silenzi. Anzi dove le parole sembrano solo confondere, inquinare, ingarbugliare. Nell’unico dialogo fra i due la donna gli chiede: “che cosa ricorderesti di me se me ne andassi?”. E Varí risponde alla maniera impacciata e quasi sgarbata di chi le parole le usa poco: “cercherei di non ricordare nulla, chiuderei il libro…”. Non sappiamo se la domanda di Sabèl fosse un avvertimento o se si aspettasse una risposta diversa. Fatto sta che dopo poco, apparentemente senza motivo, la donna scompare dal paese. E Varí scoprirà, suo malgrado, che quel libro non riuscirà proprio a chiuderlo, perché per un uomo come lui anche l’assenza improvvisa di un amore che era poco più di un’idea, lascia un vuoto che consuma l’anima, ed evidenzia impietoso “l’inconsistenza della sua vita”.
Una lingua pastosa come un olio eppure luminosa come un acquerello, quella di Biamonti. Un mondo al crepuscolo, fatto di esistenze marginali, ridotte all’osso. Una storia sull’ineluttabilità della vita, che va come deve andare finché, a un certo punto, finisce.
E su questo non ho altro da dire

#fallabreve: Se te ne andassi, cercherei di non ricordare nulla. Ma non ci riuscirei.
“Vento largo” di Francesco Biamonti
Einaudi, 1991
pp. 109
€ 8,50 (eBook € 6,99)

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