Breviter #03 – Recensioni (e stroncature) intramuscolari

 

Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden

Sinossi (dalle note di copertina): Shin Dong-Hyuk è l’unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d’indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all’aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia.

C’è poco da aggiungere a quanto descritto nella sinossi. Harden, intelligentemente, si limita a mettere la sua penna al servizio di una storia che parrebbe  solo l’ennesima della già nutrita galleria degli orrori relativi a lager, gulag o comunque si vogliano chiamare questi esercizi di crudeltà e sadismo su larga scala, esclusivo appannaggio della razza umana. A ben vedere, però, questa storia un elemento distintivo ce l’ha: è ambientata oggi.
Il primo ricordo di Shin è quello di una esecuzione capitale; per lui la parola “amore” non ha alcun significato, perché non l’ha mai sentita pronunciare. cover-fuga-dal-campo-14Infatti, contrariamente a quanto accadeva nei campi di concentramento nazisti o sovietici, le cui vittime erano strappate a una vita normale per essere scaraventate nell’incubo, lui “all’inferno ci era nato e cresciuto, e ne aveva accettato i valori. L’inferno era la sua casa”. Lui e i moltissimi bambini nati nelle stesse condizioni, sono privi di qualsiasi elemento di confronto con un “prima”, con la “normalità”. Non hanno memoria, né passato. Sono cresciuti in modo da non poter “provare le più normali emozioni umane”. Per loro è normale vedere una compagna di sei anni picchiata a morte perché trovata in possesso di qualche chicco di mais, è normale fare la spia, è normale tradire la propria madre o il proprio fratello.
Nella folle e sgangherata fuga di Shin non c’è nessuna nobile motivazione: “non era assetato di libertà o diritti politici: era solo affamato di carne”. Una fuga che, piuttosto fortunosamente, va a buon fine, ma che presto si rivelerà solo apparente perché, come spesso accade in questi casi, all’evasione del corpo non corrisponde quella della mente: “sono fuggito fisicamente […], ma non psicologicamente”. Anzi, la sua nuova vita sembra innescare un effetto paradosso, perché la scoperta di un mondo in cui esistono valori come la compassione, la bontà e l’affetto, lo porta a rileggere sotto una nuova luce tutta la sua storia, scatenando enormi complessi di colpa per quel che ha fatto durante la prigionia, che purtroppo coincide con tutta la sua vita.
Con uno stile asciutto e senza fronzoli, Harden ci parla di una vicenda terribile, ma che sembra troppo lontana dai nostri occhi perché trovi la giusta collocazione nell’agenda politica dei Paesi che si autodefiniscono “democratici” e “civili”: Paesi per i quali i problemi diventano prioritari solo quando arrivano nel cortile di casa.
Nel frattempo in Corea del Nord ci sono migliaia di Shin che vivono lo stesso orrore. Proprio adesso.

#fallabreve: Storie di straordinaria follia.
“Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden
Codice, 2014 (2012)
Traduzione di Ilaria Oddenino
pp. 290
€ 16, 90 (eBook € 4,99)

 

Punch al rum di Elmore Leonard

Sinossi (dalle note di copertina): Jackie Burke arrotonda lo stipendio da hostess lavorando per Robbie Ordell, un trafficante d’armi con manie di grandezza. Fra la gente di Ordell, l’unica davvero in gamba è proprio lei, che facendo la spola tra Palm Beach e le località turistiche riesce a trasportare in cabina qualsiasi cosa. Ma sulle tracce di Ordell ci sono un bel po’ di persone, federali compresi. E Jackie dovrà ricorrere a tutta la sua abilità e a tutto il suo fascino per cavarsela. E magari per salvare anche i soldi del boss.

Punch al rumÈ il primo libro di Leonard che leggo, e devo dire che mi è piaciuto molto. Un montaggio serrato e dialoghi spettacolari ed essenziali a un tempo (a quanto pare una specialità del Nostro), trasformano la storia in puro cinema. E non lo dico nel senso deleterio che comunemente si dà al concetto. Punch al rum non è uno di quei libri che sembrano una sceneggiatura cinematografica o scritti perché qualcuno ne tiri fuori una, è una cosa diversa: è cinema. E una volta tanto, se la memoria non mi inganna (lo vidi appena uscito), mi sembra che anche la trasposizione cinematografica di Tarantino, al netto di qualche comprensibile licenza, sia riuscita a rendere le atmosfere del libro, con quel misto di cialtroneria e approssimazione, di violenza e leggerezza, di humour (tendente al nero) e romanticismo, che condiscono le vicende di Jackie e dei malcapitati maschietti che, distratti dal suo fisico, resteranno invece stecchiti dal suo cervello. A parte Max Cherry. Forse.

#fallabreve: Il diavolo fa le pentole. Ai coperchi ci pensa Jackie Burke.
“Punch al rum” di Elmore Leonard
Einaudi, 2014 (1992)
Traduzione di Stefano Massaron
pp. 317
€ 18,00 (eBook € 8,99)

 

Nel posto sbagliato di Luca Poldelmengo

Sinossi (dalle note di copertina):Una ruota panoramica arrugginita sorveglia la metropoli assediata dall’immondizia e da un sole implacabile e malato. Una squadra segreta della polizia usa l’ipnosi per estrarre dalle menti di ignari cittadini informazioni che loro stessi non sanno di possedere. A loro non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni. Un commissario cinico è al comando della squadra. Ha come unica compagnia due serpenti chiusi in un terrario, memento del tormentato rapporto con il fratello gemello. Un terribile omicidio nasconde insidie in grado di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra, e molto di più.

Non avrei mai dovuto comprare questo libro, e avrei dovuto capirlo già dalle note di copertina.posto_sbagliato-e1417562643576
Siamo in un tempo imprecisato, ma non troppo lontano, in una metropoli che a seguito di una inondazione è diventata un “arido deserto di cemento e immondizie sorvegliato da gabbiani affetti da gigantismo” (descrizione che purtroppo sembra adattarsi perfettamente alla Roma della cronaca di questi giorni). È questo lo scenario dove, fra generatori di ologrammi cerebrali, diritti civili calpestati, tradimenti, sesso e vendette incrociate, una versione erpetologica della roulette russa e riferimenti all’attualità politica (con tanto di “militanza nei boy scout”, sic!), assistiamo alle piuttosto rocambolesche vicende della squadra speciale RED, creata dal professor Basile e agli ordini del commissario Vincent Tripaldi. Io di più non riesco proprio a dire, ma immagino che, per gli amanti del genere, il libro sia una vera pacchia e che attendano con l’acquolina in bocca il seguito che, a giudicare dal finale aperto, non mancherà. Nel caso starò attento a non ripetere l’errore: d’altronde, se non mi è piaciuto neanche Philip Dick (ne ho parlato qui), perché mi sarebbe dovuto piacere Poldelmengo? E infatti…

#fallabreve: Un Dick in sedicesimo. Absit iniuria verbis.
“Nel posto sbagliato” di Luca Poldelmengo
e/o, 2014
pp. 191
€ 16,50 (eBook € 7,99)

 

Dulcis in fundo

I miei venticinque lettori (anzi ventinove) sanno che per Simenon ho una vera e propria venerazione. Dopo aver condito le mie vacanze estive con la lettura di libri estremamente diversi uno dall’altro, mi sono accostato a questi due volumetti (che raccolgono sei racconti che hanno per protagonista il mio amato Maigret), proprio nella speranza di trovare un po’ di sano, puro, semplice piacere. Ed è esattamente quello che è successo. Rispetto alle mode imperanti del giallo/noir/poliziesco (o come altro volete chiamare il genere), il nostro Maigret è agli antipodi. Non pensa mai (lo ripete in continuazione), limitandosi ad “assorbire” atmosfere e situazioni nell’attesa che, fra un calvados e una birra, la verità si manifesti: insomma una specie di investigatore “osmotico”. Un mondo che non c’è più, quello descritto da Simenon, caldo e rassicurante, forse un mondo che non c’è mai stato. Proprio per questo, però, è così bello trovarlo fra le pagine di un libro.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Maigret. Basta la parola.
Georges Simenon
Adelphi
Traduzione di Marina Di Leo

La pipa di M“La pipa di Maigret e altri racconti”, 2014
pp. 139
€ 10,00 (eBook 4,99)

 

 

 

 

 

 

 

Un Natale di M“Un Natale di Maigret e altri racconti”, 2015
pp. 167
€ 10,00 (eBook 4,99)

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