Il troppo stroppia – “Ombrello” di Will Self

Ogni tanto mi capita di comprare un libro solo perché ha un bel titolo o una bella copertina. Talvolta grazie a questa specie di “serendipità” ho fatto scoperte clamorose. Una su tutte Austerlitz di W.G.Sebald. Non ho saputo resistere a quella copertina color crema e a quella foto di un bambino in maschera e ho scoperto un libro – e un autore – memorabile. Più spesso, ovviamente, l’alea legata a una motivazione così labile non ha trovato riscontri nella qualità del contenuto della bella confezione.
Con Ombrello è successo qualcosa di simile.
Mentre “passeggiavo” in libreria sono rimasto folgorato dalla bellezza dell’oggetto-libro: la copertina rigida, la sovraccoperta lucida con quell’ombrello stilizzato, i tagli colorati di rosso tipici delle edizioni Isbn (che tanti bei libri mi avevano regalato)… Insomma, è stato amore a prima vista e l’ho comprato senza neanche leggere i risvolti di copertina (errore che non commetterò mai più!).
Poi però l’ho letto.
La storia è abbastanza semplice. Siamo negli anni settanta. Zachary Busner, un giovane psichiatra, inizia a lavorare al Friern, un immenso manicomio londinese. Qui incontra Audrey Death, internata nell’istituto da circa mezzo secolo. Osservandone la sintomatologia fluttuante, e studiando con attenzione la sua cartella clinica, Zack intuirà che la donna (e alcuni altri pazienti che presentano lo stesso quadro clinico), non è demente o alienata, ma è affetta da encefalite letargica, una patologia di origine sconosciuta, che ha infierito sotto forma di pandemia dal 1915 al 1920. Grazie alla somministrazione sperimentale di L-DOPA, un farmaco normalmente utilizzato per il trattamento del Parkinson, Busner assisterà a un miracoloso miglioramento delle condizioni di Audrey e degli altri pazienti (se state pensando a Risvegli di Oliver Sacks siete nel giusto), miglioramento purtroppo di breve durata.
Detta così sembra facile. Se però considerate che la narrazione procede per almeno tre ombrello-will-selfpiani temporali: il primo che esplora la vita di Audrey a partire dalla sua infanzia, i rapporti con il padre e la madre, i fratelli Albert e Stanley e le due sorelle (di cui una minorata mentale) e poi il suo lavoro prima come operaia in una fabbrica di ombrelli e quindi nell’industria bellica fino all’esordio della malattia. Il secondo che descrive la vita del dottor Busner (con annessi problemi coniugali) agli inizi degli anni Settanta, al momento della sua entrata in servizio al Friern; i suoi contrasti con il direttore del manicomio; la formulazione dell’ipotesi diagnostica e l’avvio della sperimentazione. Il terzo che ci porta nel 2010, quando un vecchio dottor Busner si reca di nuovo al Friern per scoprire che il manicomio è stato trasformato in un complesso residenziale di lusso.
Se a questo aggiungete che le voci narranti sono almeno cinque e cioè: il dottor Busner da giovane; Audrey da giovane (prima della somministrazione di L-DOPA, immaginiamo…); Stanley (il fratello di Audrey) mentre si trova in trincea al fronte; il dottor Busner vecchio; Audrey vecchia (dopo la somministrazione di L-DOPA).
Se poi tenete presente che il libro non è suddiviso in capitoli (e che anche gli “a capo” sono utilizzati pochissimo) e, soprattutto, che tutto il libro è scritto utilizzando il flusso di coscienza, forse converrete con me che venire a capo di Ombrello non è proprio agevolissimo.
Ho cominciato a leggerlo con un certo entusiasmo e devo confessare che all’inizio il passaggio da un io narrante all’altro l’ho trovato accattivante. Mi sembrava di essere all’ascolto di una radio che all’improvviso cambiasse frequenza senza preavviso e senza soluzione di continuità, per cui prima di accorgermi che si trattava di una nuova stazione occorreva qualche riga.
Ma quello che all’inizio era uno strumento stilistico interessante (anche se ovviamente non nuovo), man mano che la lettura procedeva, invece di dare al testo vigore, si svuotava, diventava orpello, invischiava il narrare, appesantiva la lettura. Non ho letto altre opere di Self e me ne guarderò bene dal farlo (di certo non entreranno nella mia biblioteca le altre due opere della progettata trilogia iniziata con Ombrello anche se avessero le più belle copertine dell’orbe terracqueo!), ma la sensazione che l’utilizzo del discorso libero indiretto e del flusso di coscienza sia stato un escamotage con cui mascherare lacune tecniche importanti, è forte.
Da sempre ritengo che uno dei banchi di prova più ardui per uno scrittore sia la costruzione di dialoghi “credibili”, e da sempre diffido di chi rifugge questa prova. In questo concordo con Vittorio Gassman (o almeno a lui viene attribuita la battuta) quando dice che: “l’eccezione è auspicabile e determinante quando si è superato l’esame della regola”. Ecco, Self percorre l’eccezione e non solo non ho idea se sia o meno in grado di superare l’esame della regola, ma per certo quella “eccezione” la percorre male.
Un utilizzo più accorto e limitato del flusso di coscienza avrebbe, a mio avviso, reso la storia molto più efficace. Del resto neanche Joyce ha usato lo stream of consciousness per tutto l’Ulisse (e lasciamo perdere Finnegans Wake: è un gioco di prestigio adatto solo a iperspecialisti, non è letteratura). Avrebbe ad esempio potuto definire i momenti di passaggio da una voce narrante all’altra in una sorta di mixaggio psico-verbale. Oppure rappresentare il buco nero della malattia prima della sperimentazione e dopo il suo fallimento. O, ancora, dare spazio al “pensato” dei personaggi. Invece no. Forse l’Autore con il suo utilizzo continuo ha voluto dimostrarci che il linguaggio di un cervello sano non è diverso da quello di un linguaggio malato? Anche questa ipotesi non è originale e comunque non convince.
Che dire poi della storia di Stanley al fronte? Un corpo estraneo e a tratti surreale (non saprei come altro definire l’episodio dei “trogloditi”).
In alcune interviste il signor Self, oltre a riconoscere il debito (direi considerevole) con Oliver Sacks, ha affermato che uno degli scopi dell’opera fosse quello di descrivere “l’impatto della tecnologia sulla psiche umana e quello della Prima guerra mondiale sulla civilizzazione europea”.
Ma suvvia, signor Self! Con chi pensa di avere a che fare? Non ha né il talento icastico di un DeLillo per descrivere (in maniera com-pren-si-bi-le, se questa parola per Lei ha un senso) l’assurdità del connubio fra tecnologia e biologia, né l’erudizione di un Pynchon per attirare il lettore in un gioco in cui le regole d’ingaggio sono sicuramente ostiche e respingenti (molto più delle Sue, Le assicuro) ma che, nel momento in cui vengono accettate, trasportano in un mondo inaspettato e (comunque) affascinante. E, purtroppo per Lei, da queste parti si è letto parecchio dell’uno e dell’altro, per cui eviti di fare affermazioni sì temerarie.
In sintesi tutto quanto ho detto finora potrebbe essere riassunto in un semplice: non mi è piaciuto.
E su questo non ho altro da aggiungere.

#fallabreve: Non svegliare l’encefalitico letargico che dorme.
“Ombrello” di Will Self
Isbn Edizioni – 2013
Traduzione: Gaja Cenciarelli, Andreina Lombardi Bom e Daniele Petruccioli
pp. 386
€ 26,50

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 24/02/2014)

 

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