Allons enfants… ma anche no.

 

La biblioteca di Gould di Bernard Quiriny

Il libro è strutturato in tre sezioni principali: “Una collezione molto particolare”, “Dieci città” e “La nostra epoca”. Nei nove racconti di “Una collezione molto particolare”, Pierre Gould, personaggio feticcio di Quiriny (anche se il suo nome di battesimo non viene mai citato in questo libro), introduce un non ben definito interlocutore-amico, nonché voce narrante dell’opera, all’interno della sua mirabolante biblioteca soffermandosi a descriverne i pezzi più particolari e rari, spesso unici. Per il lettore appassionato si tratta sicuramente della parte più bella e divertente, dove la cultura e la vivace intelligenza di Quiriny danno il meglio di sé. Fra tutti cito il racconto “La letteratura e la noia”, dove Gould illustra la sezione in cui raccoglie “solo le opere superbamente noiose, libri che siano, letteralmente, l’ipostasi del tedio”. Era tempo che non leggevo qualcosa di così garbatamente ironico ed esilarante.
Non tutti i racconti sono ugualmente riusciti e forse è per questo che Quiriny ha scelto di mischiare le carte, alternando le tre sezioni e prevedendo due intermezzi.
A parte quelli in cui illustra la sua “collezione molto particolare”, Gould non è sempre presente. I racconti in cui non c’è potrebbero benissimo essere brani tratti da alcune bislacche opere di storia della pittura (l’intermezzo “Schnell”), geografia (quelli della sezione “Dieci città”) o di sociologia (i sei racconti de “La nostra epoca”: a mio avviso i meno fluidi e più forzati) della sua raccolta.
L’alternante presenza del protagonista, il ruolo vago e indistinto della voce narrante, l’assenza di dettagli che consentano una collocazione spaziale e temporale delle storie, l’atmosfera surreale e stralunata che pervade l’intera opera, contribuiscono a una piacevolissima sensazione di sospensione e quasi di straniamento che accompagna il lettore in un mondo al tempo plausibile e immaginario.
I rimandi e le citazioni sono molteplici. Sicuramente Borges, direttamente tirato in causa dall’autore, e Calvino. Su Bolaño (citato nella quarta di copertina) concordo parzialmente non foss’altro per la sua predilezione verso il “gigantismo” narrativo (almeno nelle opere che ho letto) laddove invece Quiriny predilige lo scatto breve, il tratto veloce, quasi il bozzetto. A mio avviso alcune coloriture e un certo amore per il dettaglio ricordano Queneau e Perec. Ma poco importa. “La biblioteca di Gould” è un libro-miniera: chi più cerca e più ha letto, più trova.
In sintesi un divertissement intelligente, colto, ironico, brillante, che forse non passerà alla storia della letteratura (anzi togliamo il “forse”) ma che garantisce un paio d’ore molto piacevoli, e di questi tempi non mi sembra poco.

#fallabreve: Nessuno può #tirarselaconilibri più di me.
“La biblioteca di Gould” di Bernard Quiriny
L’orma editore, 2013
Traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco
pp. 179
€ 16,50

 

 

Io e Proust di Michaël Uras

Discorso del tutto diverso con “Io e Proust” di Michaël Uras.
La storia: durante una polmonite il quindicenne Jacques Bartel legge la Recherche e ne rimane folgorato. L’incontro con Proust determinerà tutte le sue successive scelte, professionali e di vita, ma non sarà privo di devastanti effetti collaterali. Si arriverà così all’abiura e alla catarsi attraverso la scrittura di un romanzo: “Io e Proust”, appunto.
Non nego qualche trovata “carina”, anzi una sola: l’utilizzo del celeberrimo questionario proustiano per la descrizione di diversi personaggi. Ma c’è ben poco d’altro.
La narrazione procede in maniera scombiccherata, le situazioni e i personaggi sono descritti senza alcuna profondità. E questo vale anche per gli avvenimenti e i personaggi che sembrano preludere a un coup de théâtre che però non arriverà mai. Mi riferisco, ad esempio, all’incontro con l’ultracentenario Nôdier, che in gioventù aveva conosciuto e frequentato Proust, incontro che potrebbe dare una svolta alla carriera professionale di Jacques. La sua entrata in scena, propiziata da una misteriosa Albertine (sic!), è improvvisa quanto la sua uscita, e comunque il suo contributo agli eventi è trascurabile.
Inutile dilungarsi sull’elenco di difetti di un libro che non si sa cosa sia, e neanche cosa vorrebbe essere. Di certo non è un omaggio a Proust e non è neanche una presa in giro del mondo accademico che gli ruota attorno (non basta accennare a conferenze che parlano “dei pantaloni e delle camicie preferite di Proust” o incentrate “sull’uso della virgola nella Recherche”, o ad articoli che dissertano “sull’uso del punto e virgola nell’opera di Proust”). Uras non sembra avere i mezzi per sviluppare un’idea che pure poteva essere vincente, a patto però di scegliere un registro narrativo adatto e di portarlo avanti con coerenza. Invece l’autore, e con lui il lettore purtroppo, rimane invischiato in un limbo anodino e nebbioso in cui non c’è un solo personaggio degno di nota e in cui lo stesso protagonista ha il physique du role della comparsa, del figurante di scena. E tutto questo senza neanche il pregio di uno stile accattivante, vivace, ironico. Tanto che al termine della lettura sorge il sospetto che citare il sommo Marcel nel titolo sia stato solo un espediente per attirare furbescamente il lettore.
L’autore scrive a un certo punto che “non è possibile scrivere per effetto di un colpo di testa. Bisogna avere qualcosa da dire.” Mi permetto di aggiungere che neanche questo basta: bisogna anche saperlo dire.
E su questo non ho altro da aggiungere.

#fallabreve: anche per coricarsi di buonora ci vuole il fisico.
“Io e Proust” di Michaël Uras
Voland, 2014
Traduzione di Giacomo Melloni. Cura di Giuseppe Girimonti Greco
pp. 159
€ 15,00

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 28/02/2014)

 

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