“I Middlestein” di Jami Attenberg

Sinossi (dalle note di copertina): Per più di trent’anni Edie e Richard Middlestein hanno condiviso la vita – una solida famiglia di Chicago, due figli, una bella casa, un buon lavoro, molti amici. Ma tutto viene sconvolto perché Edie mangia troppo. È tormentata dal cibo, pensa solo a quello e agisce di conseguenza – se non riuscirà a smettere non le rimarrà molto da vivere. Quando Richard decide alla fine di lasciare sua moglie, tocca ai figli prendere il controllo della situazione. Robin, polemica e irrisolta ma generosa, è determinata a farla pagare al padre per aver lasciato sola la mamma; Benny, un uomo tranquillo, padre di famiglia che è solito concludere le giornate con uno spinello, preferirebbe lasciare che le cose procedano per il loro corso. Sua moglie Rachelle, donna perfezionista e un tantino stressata, è decisa invece a salvare la suocera, ma la missione risulterà molto più ardua dell’organizzare la grandiosa festa per il b’nei mitzvah dei loro due gemelli. Nel frattempo Edie continua a mangiare e a ingrassare, ma forse – la sensazione si insinua gradualmente nel lettore – non è l’unica responsabile per quello che fatalmente succederà. Con grande partecipazione e fine senso dell’umorismo, Jami Attenberg costruisce un romanzo epico sul matrimonio, la famiglia e le nostre ossessioni, seguendo le vicende di una famiglia ebraica americana a cui non potrete fare a meno di affezionarvi.

Pur riconoscendone l’efficacia icastica, il celeberrimo incipit di Anna Karenina non mi ha mai convinto del tutto: non penso infatti che le famiglie si assomiglino fra loro più di tanto, felici o infelici che siano. Non sono neanche sicuro cosa possano significare, esattamente, termini come “felicità” e “infelicità”, quando vengano riferiti a quella entità che chiamiamo “famiglia”. Sono invece ragionevolmente sicuro che, parafrasando Charles Baxter, siano le persone “infelici quelle che generano storie” interessanti da scrivere e da leggere: da sole, in coppia o dentro una famiglia. In questo senso di persone più o meno infelici nella famiglia Middlestein ce ne sono diverse, ed effettivamente ognuna lo è a suo modo.

C’è la madre, Edie, che si sta letteralmente ammazzando col cibo, con cui ha un rapporto insano sin da quando era una bambina, figlia unica di emigrati russi: il padre “aveva patito la fame nel suo lungo viaggio […] dall’Ucraina a Chicago, e da allora non era mai stato in grado di saziarsi”. Una famiglia, la sua, in cui non vi erano dubbi sul fatto che fra cibo e amore vi fosse una vera e propria equivalenza: “il cibo era fatto d’amore, e l’amore era fatto di cibo”. Ma se all’inizio il cibo era stato per lei “qualcosa che l’aveva resa felice”, col tempo Edie “perderà ogni traccia di emozioni chiare” e positive quando mangia, fino a sfociare in una (com)pulsione autodistruttiva, in cui “tutto sarà un’unica confusione”. Ci sono due figli: Benny, che ama sopra ogni cosa il quieto vivere, ma è costretto a fare i conti con una moglie ossessiva e perfezionista, e Robin, dal carattere non facile e che ha qualche problema con l’alcol.

E poi c’è Richard che, dopo una vita apparentemente tranquilla passata a fare il marito, il Middlestein_Copertinapadre e il farmacista (non necessariamente in quest’ordine di priorità) decide di separarsi da Edie, sua moglie da quasi quarant’anni, facendo così venire a galla malesseri, risentimenti e rancori tenuti fino a quel momento ben nascosti sotto il tappeto del classico perbenismo middle class. Uno sconvolgimento inatteso dei ruoli e degli equilibri che la quotidianità sembrava aver ormai consolidato, che costringe tutta la famiglia a farsi carico dei problemi di salute di Edie. Quando gli chiedono i motivi di una scelta così radicale fatta alle soglie della vecchiaia, Richard si giustifica dicendo che “non sopportava più di vederla uccidersi” perché così facendo “stava uccidendo anche lui”: “questo è un grosso problema per una persona. Guardare mentre questa cosa succede”. Dice a Benny che non ce la fa più a stare con una donna con cui “non si può combattere”. Poi, però, riconosce che anche se “sua moglie aveva preso tutte le decisioni riguardanti la famiglia dal giorno in cui si erano sposati, schiacciandolo come una noce quando esprimeva la minima opinione”, in realtà non gliene era mai importato veramente. Neanche i suoi amici di una vita sanno più come definire Richard: “un tipo audace che cercava di affrontare la felicità per un’ultima volta? O un vigliacco che non ce la faceva all’idea di combattere per la vita di sua moglie? Era semplicemente un egoista?”. Probabilmente la verità è che Richard è tutte queste cose insieme: d’altronde la felicità non è forse il sentimento più egoista di tutti? E infatti quando Robin lo accusa di aver abbandonato Edie mentre “sta morendo, si sta letteralmente suicidando”, Richard risponde: “e che ne è della mia vita?”. La forza del personaggio (il mio preferito, se non si fosse capito) sta, a mio avviso, proprio in questa sofferta ambiguità morale: così vera, così profondamente umana. Maugham ha scritto che “la gente non cerca ragioni per fare ciò che desidera. Cerca solo scuse”. Se è così, io penso che quelle di Richard siano ragioni, non scuse: imperfette magari, parziali forse, sicuramente confuse, ma pur sempre ragioni. Del resto è disposto a pagare un prezzo altissimo per la sua scelta, visto che, dopo la separazione, “i figli avevano fatto quadrato intorno alla madre e lo avevano sbattuto fuori”. Un ostracismo deciso da Robin e da Rachelle, la moglie di Benny, che dal canto suo è costretto ad allinearsi nonostante la sua naturale propensione a nascondere e a nascondersi (“quando vorresti parlarne?” gli chiede la moglie, e lui risponde: “mai?”) e a rispettare “il diritto di una persona alla debolezza”.

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Jami Attenberg

L’intreccio si sviluppa su due linee narrative che convergono dopo quasi due terzi del libro. La prima inizia con Edie che è una bambina di cinque anni e 30 chili e termina con Edie che ormai pesa 150 chili, è stata “invitata” ad accettare il prepensionamento dallo “studio legale dove aveva lavorato per trentatré anni” ed è alla vigilia del primo intervento chirurgico alle gambe, reso necessario dall’obesità patologica e dal diabete scompensato. La seconda, invece, inizia alla vigilia del secondo intervento alle gambe, quando Richard decide di separarsi, e lascio scoprire al lettore come termina, anche se in realtà è la stessa Autrice ad anticiparlo già a pagina 82. Infatti la narrazione lineare, sia pur duplicata, viene di tanto in tanto spezzata da improvvise anticipazioni sul futuro dei personaggi, sia interne alla storia (come quella sopra citata) che esterne, come quando, alla fine del libro, ci viene svelato che fra Richard e la nipote Emily si instaurerà un inatteso e tenero rapporto che li legherà per tutto il resto della vita. C’è anche un momento metaletterario, in cui la Attenberg, si rivolge direttamente a chi legge con un fuoco di fila di quattro domande.

Ho molto apprezzato la sua scelta di non prendere posizione, di rimanere sempre sulla soglia del racconto, di non scegliere un punto di vista prevalente, di non fare il tifo per nessuno, lasciando questa incombenza al lettore. E mi è piaciuto molto anche il tono che ha scelto per raccontare le vicende di questa famiglia così squinternata eppure così reale: ironico senza essere dissacrante, misurato ma profondamente compassionevole. Particolarmente toccante l’ultimo capitolo, quando Richard, riflettendo sulla sua vita con Edie, a un certo punto crede di aver capito perché fosse così dipendente dal cibo: “perché […] era un luogo meraviglioso per nascondersi”. Anche se pare non accorgersi di quanto sia parziale e autoassolutoria la sua risposta. Infatti, se davvero Edie per quarant’anni si era nascosta nel cibo, forse avrebbe dovuto chiedersi da chi o da cosa si nascondesse e, soprattutto: perché?

E su questo non ho altro da dire.

 

 

#fallabreve: Cronaca di una morte mangiata.
“I Middlestein” di Jami Attenberg
Titolo originale: The Middlesteins
Giuntina, 2014 (2012)
Traduzione di Rosanella Volponi
pp. 219
€ 15,00 (eBook € 8,99)

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