La perfezione non è di questo mondo – “Gli eroi imperfetti” di Stefano Sgambati

Siamo a Roma, più precisamente a Ponte Milvio, nei giorni della piena del Tevere del 2008. Al termine di una cena tra amici Carmen, moglie del vinaio Corrado, propone di fare il gioco della verità. Mentre lei svela un episodio non proprio edificante della propria infanzia, il corniciao Gaspare, l’unico invitato rimasto, rivela un segreto sulla moglie trovata morta nel Tevere quindici anni prima, un segreto talmente sconvolgente da mandare in frantumi il fragile equilibrio della coppia di ospiti. Gli altri due protagonisti del libro sono Irene, figlia di Gaspare, incapace di superare il dolore legato alla morte della madre, e il libraio Matteo. La prima è una donna indipendente e spregiudicata (ai limiti dell’alcolismo e della ninfomania), ma assolutamente incapace di sottrarsi alla dipendenza dal padre, di cui è completamente succube. Il secondo, un ragazzo timido e piuttosto impacciato, malauguratamente si innamora di Irene (“un pericolo di morte senza l’apposito cartello”) e, quando scopre di aver assistito al ritrovamento del cadavere della madre di lei, si convince di avere un ruolo salvifico nella vita della donna che invece, nella sua pulsione autodistruttiva, non solo non ha nessuna intenzione di farsi salvare, ma rischia di annientare anche lui.
Nel libro di Sgambati, il non rivelare il “segreto” di Gaspare, spunto che rappresenta un po’ il primum movens di tutta la vicenda, è evidentemente funzionale a una precisa scelta narrativa: quella di spostare l’attenzione del lettore dal contingente (il “segreto”) alle conseguenze della sua confessione sulla vita di due persone normali (gli eroi imperfetti). Eppure questa scelta non appare convincente. La domanda che mi sono continuamente posto mentre leggevo il libro è infatti stata questa: per quale motivo la vita di una coppia dovrebbe andare in crisi per il semplice fatto di ascoltare il segreto di una terza persona, per quanto torbido e inconfessabile? Quale sarebbe l’assunto psicologico in base al quale dovrebbe instaurarsi una dinamica così perversa?
Perché è proprio in questo “non detto” che sta il limite principale del libro. Per condurre con naturalezza il lettore all’esercizio della sospensione dell’incredulità e quindi rendere credibile e perfino realistico anche l’implausibile (e a mio avviso questo spunto lo è), è infatti necessaria da parte dello scrittore una capacità di affabulazione e di scrittura non comune. Qualità che la scrittura di Sgambati, contrariamente a quanto ho letto nella maggior parte delle recensioni, è lontana dal possedere. E lo dimostra l’uso insistito delle metafore e la ricerca estenuata (ed estenuante) di frasi a effetto, quasi a voler sostenere in maniera surrettizia una costruzione per altri versi traballante. Vorrei chiarire che non nutro alcuna avversione pregiudiziale per metafore et similia. Ritengo però che andrebbero utilizzate con molta attenzione e soprattutto solo a patto che siano davvero pregnanti o, in alternativa, spiazzanti.
Non nego che talvolta il Nostro riesca ad andare a segno. Ecco alcuni esempi: “Un matrimonio non è sempre Un Matrimonio: a un certo punto diventa vita e la vita ha un sacco di parti noiose. Non come i film”; “Accettare la propria normalità è un atto straordinario”; o ancora “Chi è che ha mai detto ‘è per il tuo bene’ sinceramente? Si dice perché si deve dire, ma tanto è sempre per il proprio bene che si vogliono fare le cose”. Sia chiaro, niente di eclatante o del tutto nuovo, ma almeno sincero.
Più spesso, però, Sgambati indulge a una prosa di difficile comprensione quando non involontariamente umoristica. Ecco un florilegio di alcuni passi che mi hanno particolarmente colpito [fra parentesi quadra i commenti del VUC]: “Tra il cucinare e il mangiare c’è la stessa differenza che intercorre tra innamorarsi e amare” (???); “…a Ponte Milvio… i giovani arrivano come i sensi di colpa si attaccano alla vecchiaia” (???2); “Il sesso è come il disordine [e fino a qui ci possiamo stare]: solo che è un disordine che unisce [cioè?]. L’amore invece è un ordine che divide [ah, adesso è tutto chiaro!]” (???3); “A una certa età l’aorta dei sentimenti [questa davvero non si può sentire!] si occlude e si apre quella dei rimpianti e dei sensi di colpa” (???4); “Le cose succedono come si prende sonno: il mondo che le accoglie non si fa domande” (???5); “Non è l’uomo che ha il talento, ma il talento che ha l’uomo, che se lo ritrova, che si deve accontentare” [questa sembra avere un senso a prima vista. Poi la rileggi e ti chiedi: cosa cazzo significa?] (???6). Ho lasciato per ultime due chicche dove Sgambati spinge su un registro più osé ma anche qui con risultati probabilmente opposti alle sue intenzioni: “Dovrei ringraziare Gaspare per avermi restituito il senso della vista, come un genitore aggiunto, un padre che inocula vita non con lo sperma, ma con la glottide” (???7); e infine (parlando di un prosecco): “tutte quelle bollicine, che salivano verso il collo stretto come spermatozoi competitivi” (???8). A parte il mio plauso all’Autore, grazie al quale per me bere una flûte di spumante non sarà mai più come prima, lascio a voi il giudizio su quanto avete appena letto.
Vogliamo poi parlare di quello che a un certo punto Irene dice alla sua analista? E cioè che “la vera condanna sia sopravvivere ai propri genitori, alla propria madre, in particolare”? Una affermazione che in un colpo solo fa strame di pagine e pagine sull’inconcepibilità del dolore di un genitore per la morte di un figlio e sulla indefinibilità di tale condizione (mi limito a citare Hugo quando scrive: “…poiché per una madre che ha perduto il suo bambino è sempre il primo giorno. Quel dolore non invecchia. Per quanto i vestiti a lutto si consumino e si sbianchino, il cuore rimane nero”), e che non derubrico a castroneria assoluta solo perché evidente sintomo del profondo disagio psichico della donna che la proferisce.
Ma la stessa benevolenza non si può avere quando si legge il quinto capitolo (a mio avviso il meno riuscito in assoluto), dove si sproloquia di “rimpicciolenti”, “rimpiccioliti” e “rimpicciolibili”. Se siete curiosi di sapere di cosa sto parlando andate a leggere e poi fatemi sapere se le braccia vi sono rimaste attaccate alle spalle o se invece, come a me, sono cadute a terra per lo sconforto.
Insomma, se abitate o frequentate Ponte Milvio e andate in sollucchero quando in un libro vengono citati luoghi per voi familiari (cosa che invece io aborro), oppure se vi piacciono le frasi a effetto e le metafore incomprensibili questo è il libro che fa per voi.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: La verità ti fa male. Lo sai? E allora non giocarci.
“Gli eroi imperfetti” di Stefano Sgambati
Minimum Fax 2014
pp. 279
€ 15,00

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 23/07/2014)

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