R.I.P. 2017 #01

Le Recensioni In Pillole (R.I.P.) sono delle invettive lapidarie, riservate a libri così brutti o noiosi da non meritare neanche una stroncatura come si deve, perchè questo significherebbe dovergli dedicare ancora del tempo, dopo tutto quello perso per leggerli.
Ovviamente, è appena il caso di ricordarlo, si tratta di opinioni personali.

 

Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr

Nonostante gli ingredienti per il classico drammone bellico ci siano tutti, questo feuilleton dozzinale e ruffiano non decolla mai, toccando anzi vette di involontario umorismo quando attribuisce alla cieca Marie-Laure un superudito alla Daredevil che le consente di ascoltare “le api succhiare dai fiori”, o le “tarme che masticano i vecchi camiciotti del nonno”, o quando trasforma Werner in un McGyver ante litteram, facendogli riparare un ricetrasmettitore con “un martelletto, tre barattoli di viti, un cavo elettrico da un millimetro” e “una batteria da undici volt allo zinco-carbone”.
Fra improbabili, quanto arditi, accostamenti lirico-anatomici, con nasi dilatati “in punta come il condilo di un femore” (sic!), silenzi in cui sentire “il fruscio delle cellule ciliate scosse” dal “battito cardiaco” (doppio sic!), “ragazze con la vulva che sa di strudel” (triplo sic!), e mitocondri che “emanano i loro decreti di ossidazione” (mi arrendo…), il libro si trascina fino all’epilogo, anzi al doppio epilogo, visto che Doerr non si accontenta di raccontarci la sorte di alcuni dei personaggi nel 1974 ma, in preda a un irrefrenabile incontinenza narrativa, ambienta l’ultimo capitolo nel 2014, quando troviamo una ultraottantenne Marie-Laure, sopravvissuta “al cambio di secolo” anche se “ogni ora […] qualcuno per cui la guerra era un ricordo vivo esce da questo mondo”.
Noi, più fortunati, ci limitiamo ad uscire da questo libro (che, per inciso, ha vinto il Pulitzer 2015 per la fiction, in barba a chi ritiene la narrativa e i premi letterari americani superiori ai nostri).

#fallabreve: Tutta la luce che non vediamo l’ora di finire.

“Tutta la luce che non vediamo” di Anthony Doerr
Titolo originale: All the light we cannot see
Rizzoli, 2014 (2014)
Traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani
pp. 509
€ 19,00 (eBook € 9,99)

 

I capelli di Harold Roux di Thomas Williams

Anche per questo libro vale quanto detto sopra a proposito della presunta superiorità della letteratura d’oltreoceano rispetto alla nostra, visto che questo romanzo ha vinto il National Book Award nel 1975 battendo concorrenti come Philip Roth e Vladimir Nabokov.
Al netto dell’indubbio valore documentale, mi è sembrato un gioco metaletterario costruito con un certo talento tecnico (non a caso è molto apprezzato dagli scrittori, primo fra tutti Stephen King), ma invecchiato piuttosto male.
Nicola Manuppelli (uno dei traduttori) ha dichiarato che Philip Roth, Cormac McCarthy e John Williams non hanno “mai raggiunto i suoi [di Thomas Williams] livelli”. Al termine della lettura concordo assolutamente con questa affermazione, anche se probabilmente non proprio nello stesso senso.

#fallabreve: Anche il National Book Award ha fatto le sue cappelle (semicit.).

“I capelli di Harold Roux” di Thomas Williams
Titolo originale: The Hair of Harold Roux
Fazi, 2015 (1966, 1970, 1974)
Traduzione di Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva
pp. 478
€ 18,00 (eBook € 9,99)

 

Vorrei che facessi una cosa per me di Charles Baxter

Le note di copertina parlano di “dieci storie sovrapposte, cinque dedicate ai vizi e altrettante alle virtù”. Sarà, ma a me, che pure avevo molto apprezzato Festa d’amore, questi dieci racconti sono sembrati esperimenti di laboratorio condotti senza ispirazione, con esiti spesso incongrui, quando non fastidiosamente grotteschi, e dove la ricorsività dei personaggi, lungi dall’essere un modo per collegare le diverse storie, mi pare uno sterile artificio.
Una raccolta di pura struttura, senz’anima.

#fallabreve: Anch’io vorrei che facessi una cosa per me: non leggerlo.

“Vorrei che facessi una cosa per me” di Charles Baxter
Titolo originale: There’s something I want you to do
Mattioli 1885, 2016 (2015)
Traduzione di Nicola Manuppelli
pp. 202
€ 14,90 (eBook non disponibile)

 

L’uomo nell’armadio di Pietro Grossi

Pur avendo in passato apprezzato l’Autore in Pugni e ne L’acchito, sono rimasto davvero deluso da questa raccolta, che ha l’unico pregio di essere breve. Anche al netto del mio scarso amore per i registri surreali e grotteschi, specie quando sono al servizio di idee deboli e non sostenuti da una scrittura all’altezza, mi sembra che questi tre raccontini siano davvero poca cosa.

#fallabreve: Non aprite quell’armadio.

“L’uomo dell’armadio” di Pietro Grossi
Mondadori, 2015
pp. 157
€ 18,00 (eBook € 9,99)

 

Come un respiro interrotto di Fabio Stassi

Ennesimo romanzo affetto da metaforite1 e pieno di immagini fastidiosamente retoriche messe in fila indiana a costruire il santino ammuffito di una generazione. Un racconto che vorrebbe essere polifonico ma dove tutte le voci sono ugualmente forzate, letterarie, inautentiche.
Raramente ho letto un tale concentrato di luoghi comuni, per giunta appesantito da artifici stilistici (come l’assenza di virgolette nel discorso diretto o il non andare a capo) che trovo sommamente irritanti quando sono del tutto immotivati, come in questo caso. Per tacere, infine, della insopportabile civetteria con cui l’autore dissemina il racconto di riferimenti a momenti tragici della storia italica che però, vezzosamente, si limita a suggerire senza mai citarli espressamente (come l’assassinio di Giorgiana Masi, quello di Peppino Impastato o la strage di via D’Amelio).

#fallabreve: Continuate a respirare e interrompete la lettura. Anzi non iniziatela proprio.

“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi
Sellerio, 2014
pp. 308
€ 16,00 (eBook € 9,99)

 

Non luogo a procedere di Claudio Magris

Un libro che sembra promettere bene ma che, quasi subito, inizia a girare a vuoto, appesantito da uno stile prolisso, quasi sfiancante, da un intreccio minimo, per non dire inconsistente, e dalla quasi totale assenza di dialoghi. Un’opera senza equilibrio fra idea e struttura, che vuole dire troppo con troppo poco, o che forse dice troppo poco con troppo. Una distonia che si è tradotta in una lettura faticosa e nella fastidiosa impressione di aver sprecato del tempo.

#fallabreve: La noia (e non sto parlando di Moravia).

“Non luogo a procedere” di Claudio Magris
Garzanti, 2015
pp. 362
€ 20,00 (eBook € 12,99)

 

Il re della festa di Luca Delli Carri

Questo libro è l’esempio lampante di come la vanità di uno scrittore, se non guidata, in genere produca opere scadenti, laddove un incisivo editing avrebbe potuto trasformare questo noioso e pomposo delirio magniloquente sulla noble art in un libro financo discreto, buttandone nel cestino almeno due terzi (e sono buono).

#fallabreve: Anche le feste più brutte e noiose hanno qualcosa di bello: finiscono.

“Il re della festa” di Luca Delli Carri
Neri Pozza, 2015
pp. 715
€ 19,50 (eBook € 9,99)

 

Antipodi di Raffaele Napoli

E chiudiamo con un libro talmente brutto che davvero non so da dove cominciare, perché qui siamo di fronte a un tradimento eclatante del patto con il lettore.
Quando si utilizza l’elemento magico come stratagemma per venire a capo di quello che sembrava a tutti gli effetti un noir, infatti, non si chiede al lettore una “sospensione dell’incredulità”, ma se ne insulta l’intelligenza.
Un incredibile pastrocchio in cui c’è di tutto: dalla ’ndrangheta, all’analisi sociologica da pianerottolo, fino a una serie di nozioni quantomeno approssimative sulla teoria del caos e quella dei multiversi: insomma un libro davvero agli antipodi della bellezza.

E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: “Una stronzata per allocchi” (cfr. pag. 205). Fra cui io.

“Antipodi” di Raffaele Napoli
CasaSirio, 2015
pp. 230
€ 14,00 (eBook € 5,99)

 

1 Morbo che affligge molti scrittori e che si manifesta con la produzione continua di metafore ad minchiam.

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