Quel che penso di… KOK (Karl Ove Knausgård – “La mia lotta”)

I fatti qui raccontati sono veri, almeno nella misura in cui possono esserlo i ricordi. (Azour Nafisi, Leggere Lolita a Teheran)

Premessa

Nel settembre del 2010 uscì, per i tipi di Ponte alle Grazie e l’eccellente traduzione di Lisa Raspanti, il primo volume di sei de La mia lotta, opera di Karl Ove Knausgård (KOK per gli amici), uno sconosciuto autore norvegese, immediatamente paragonata, sia pur con qualche distinguo, alla Recherche del Sommo. Nel luglio del 2011 fu pubblicato il secondo volume, ma le vendite non dovettero essere sufficienti per consentire a quella piccola casa editrice di completare la pubblicazione. Dopo alcuni anni, chi, come il sottoscritto, non vedeva l’ora di continuare la lettura, ebbe la bella notizia che Feltrinelli avrebbe tradotto nuovamente e pubblicato integralmente l’opera, cosa che effettivamente avvenne, con questa cronologia (fra parentesi l’anno di prima pubblicazione in norvegese):

La morte del padre, novembre 2014 (2009)
Un uomo innamorato, maggio 2015 (2009)
L’isola dell’infanzia, ottobre 2015 (2009)
Ballando al buio, giugno 2016 (2010)
La pioggia deve cadere, luglio 2017 (2010)
Fine, marzo 2020 (2011)

Una volta acquistato l’ultimo volume, ormai al riparo da ulteriori delusioni, ho iniziato la lettura integrale e sequenziale dell’opera, scelta che qualcuno potrebbe giudicare “estrema”, ma che, a mio avviso, è corretta. Intendiamoci, cadenzare la lettura in base al ritmo di pubblicazione è altrettanto legittimo, ma  rischia di introdurre un difetto di prospettiva nella valutazione, riducendo la possibilità di rilevare eventuali elementi di criticità del progetto. E poi, cosa non secondaria, occorre tener presente che KOK ha pensato a quest’opera come a un unicum, diviso in sei parti solo per motivi editoriali, tanto che, nella versione originale, i sei volumi sono stati pubblicati nell’arco di tre anni e mezzo e non di quasi dieci come da noi (sei, per chi ha iniziato con l’edizione Feltrinelli).

La lettura

È un’autobiografia o un romanzo? È questa la domanda che ripetutamente mi sono posto nel corso delle settimane di immersione nel mondo di KOK. Dopo la lettura dei primi due volumi, specie nella prima traduzione, avrei risposto che si tratta di una autobiografia, e di un tipo affatto particolare, visto l’approccio così ferocemente spudorato e senza filtri con cui l’Autore racconta episodi privati (anche piuttosto intimi), in cui amici e parenti diventano personaggi, a loro insaputa e senza preventivo assenso.

…non avevo idea di come avrebbero reagito le persone a me più vicine nei confronti di quello che avevo scritto. [I,411]1

L’obiettivo di KOK sembra quello di raccontarsi facendo affidamento esclusivamente (ed egotisticamente) sul proprio punto di vista, sulla propria percezione e sulla propria idea della realtà e della verità del mondo emotivo che lo abita e di quello relazionale che lo circonda. Inoltre, più che sui momenti salienti della propria esistenza (su tutti la morte del padre), si focalizza su un numero enorme di episodi secondari, banali, apparentemente inutili: quei giorni che, secondo Flaiano, nella vita di un uomo fanno “volume”. Ed è questo che, ai miei occhi, rende la sua idea attrattiva e il suo progetto universale: inseguendo le associazioni (apparentemente) libere del suo pensiero, KOK racconta anche di noi (di me, sicuramente), evocando una sorta di contrappunto con la nostra vita (meglio sarebbe dire con il ricordo della nostra vita) che, al pari della sua, è fatta soprattutto di giorni che ammucchiamo alla rinfusa nella nostra memoria. Insomma, il messaggio, forse non nuovo, ma espresso in maniera dirompente e particolarmente efficace, è semplice e brutale: siamo fatti soprattutto di quei giorni che fanno “volume”.

Dal terzo libro in poi, però, questo approccio viene quasi del tutto abbandonato, passando bruscamente a un “semplice” romanzo, con la prolissa verbalizzazione di avvenimenti completamente inventati, nel tentativo caparbio (e in gran parte vano), di renderli letterariamente plausibili. E che sia così, lo conferma più volte lo stesso KOK:

Ovviamente io non ricordo niente di quel periodo. [III,16]

Tutto quello che so di quei tempi si basa su ciò che i miei genitori mi hanno raccontato e sulle foto che ho visto. [III,17]

La memoria non è affatto una misura affidabile e responsabile di una vita. E non lo è per il semplice motivo che la memoria non mette la verità al primo posto. [III,20]

Questo improvviso passaggio non può non spiazzare chi aveva apprezzato proprio quella violenta, per quanto parzialissima, sincerità dei primi due volumi, dando l’impressione di trovarsi di fronte a due opere distinte. E la situazione non migliora, fino ad arrivare all’ultimo monumentale volume che, oltretutto, contiene un lunghissimo saggio su Hitler: incongruo, confuso, dilettantesco e a tratti anche ambiguo. E non serve a molto che, qua e là, KOK dissemini nella sterminata messe di pagine una sorta di teatrino metaletterario in cui cerca di giustificare, a se stesso forse prima ancora che al lettore, quella che per primo riconosce essere un’ambivalenza piuttosto evidente (i corsivi sono miei):

…nei primi due volumi di “La mia battaglia” avevo scritto la verità tenendo fede al mio impegno nei confronti della realtà. Nel terzo il legame si era fatto più debole, opacizzandosi del tutto nel quarto. Ciononostante, tutto quello che ho scritto di me stesso è vero. [VI,1069]

Peccato che, quasi novecento pagine prima (sic!), KOK scriva:

…ricordavo molto bene un paio di episodi. Il resto era invece vago. Mentre scrivevo avevo dato loro una forma. Mi ero inventato i dialoghi, per esempio, forse erano probabili, ma non erano autentici. [VI,177]

Non si vuole qui discutere sul fatto se sia possibile scrivere qualcosa di vero su se stessi con materiale non autentico: è possibile, ed è una delle prerogative della narrativa. Ma non si può non sottolineare che questo gioco delle tre carte fra verità, realtà e autenticità, produca un continuo e disturbante spostamento del focus interpretativo, che alla lunga si traduce nella sensazione di essere quasi presi in giro.

Conclusioni

Cos’è allora La mia lotta, un’autobiografia o un romanzo? Mentre mi avviavo al termine della lettura, in realtà, ho capito che la domanda non ha molto senso perché, a ben vedere, KOK fallisce in entrambi i casi. Nel primo perché la sua ambizione di indagare con la stessa spudoratezza dei primi due volumi anche l’infanzia e l’adolescenza, è resa impossibile dalla fallacia della sua memoria, peraltro ampiamente riconosciuta. Nel secondo fallisce ugualmente perché, duole dirlo, quando non è innervata dall’urgenza esistenziale di esorcizzare la figura del padre, la sua scrittura non mostra doti particolarmente accattivanti, né originali, avvitandosi in periodi che, di proustiano, hanno solo la lunghezza.

L’impressione finale, insomma, è che KOK a un certo punto abbia perso il controllo dell’opera, sacrificando tutto sull’altare dello schema strutturale che aveva in mente2. C’è chi ha ipotizzato che uno dei motivi di questo progressivo raffreddamento sia da attribuire alle reazioni suscitate dalla pubblicazione dei primi due volumi: possibile. Sta di fatto che la soluzione migliore sarebbe stata, in ogni caso, quella di ridimensionare l’ambiziosa struttura dell’opera evitando di dar sfogo a quello che, alla lunga, sembra solo un autoreferenziale e stucchevole narcisismo.

In conclusione, è evidente che la forza dirompente dei primi due volumi sia legata alla figura del padre, e non solo quando è direttamente oggetto del racconto ma anche, e forse soprattutto, quando emerge carsicamente come contraltare e super-io di KOK nelle sue vesti di marito e padre.

Avevo scritto di papà. Avevo scritto della paura che provavo per lui, della mia dipendenza da lui, e del dolore enorme che mi aveva riempito la sua morte. Era un romanzo su di lui e su di me. Era un romanzo su un padre e un figlio. [VI,191]

Peraltro, è da sottolineare quanto poco KOK si soffermi sulla figura della madre, che invece ha connotati profondamente ambigui, e che sembra distinguersi da quella del padre solo per l’assenza di un tratto violento e sadico, ma non per l’affettività di fondo.

Mi chiese il motivo per cui nel romanzo non avevo scritto di mia madre. È una domanda strana da porre a uno scrittore che ha scritto del proprio rapporto con suo padre e la morte del padre. [VI,942].

Sarà anche “strana” come domanda, ma mi pare estremamente corretta e pertinente, caro KOK.

Una citazione finale merita la pessima traduzione dell’opera, specie se confrontata con quella dell’edizione di Ponte alle Grazie. Confesso che se avessi iniziato la lettura con l’edizione Feltrinelli difficilmente sarei riuscito ad andare oltre il primo volume. Lascia, inoltre, basiti la complessiva sciatteria editoriale, davvero incomprensibile visto l’enorme impegno che, in ogni caso, è stato necessario per portare a termine un progetto così vasto.

E su questo non ho altro da dire.

 

#fallabreve: A chi mi chiede se Kal Åge Knausgård era una brava persona o solo un poco di buono, io do sempre la stessa risposta: era mio padre (semicit.).

La mia lotta di Karl Ove Knausgård
Titolo originale: Min Kamp
Feltrinelli
Traduzione di Margherita Podestà Heir

#1 La morte del padre, 2014 (2009)
pp. 505
La mia valutazione su Goodreads:


#2 Un uomo innamorato, 2015 (2009)
pp. 650
La mia valutazione su Goodreads:


#3 L’isola dell’infanzia, 2015 (2009)
pp. 495
La mia valutazione su Goodreads:


#4 Ballando al buio, 2016 (2010)
pp. 545
La mia valutazione su Goodreads:


#5 La pioggia deve cadere, 2017 (2010)
pp. 650
La mia valutazione su Goodreads:


#6 Fine, marzo 2020 (2011)
pp. 1277
La mia valutazione su Goodreads:




1
Fra parentesi quadra sono riportati il volume in numeri romani e, separato da una virgola, il numero di pagina.

2 Tendenza confermata anche dal successivo progetto dedicato alle stagioni: quattro volumi che tramortiscono l’incauto lettore con una gragnuola di pensierini fra il banale e il grottesco, appena ravvivati qua e là da alcuni brani autobiografici (ci risiamo!) in cui talvolta si avvertono sprazzi di omeopatica intensità. Sorprende, a tal proposito, il frequente riferimento a un editor di cui non si vede alcun intervento, a meno di pensare che l’editor di KOK sia la sua stampante.

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