Miscellanea

Prima di cominciare ritengo opportuna una piccola premessa che per amor di chiarezza schematizzerò in punti.

  1. Non sono un masochista e non mi piace perdere tempo e quattrini per leggere libri insulsi se non decisamente brutti;
  2. Purtroppo non riesco a non finire un libro, anche quando è orribile;
  3. La mia curiosità onnivora mi porta a fare spesso scelte nefaste (anche se talvolta mi ha fatto scoprire capolavori) e la situazione non è certo migliorata da quando frequento Twitter (la quantità di suggerimenti è letteralmente esplosa);
  4. Invidio quelli che riescono sempre a scegliere libri belli. Probabilmente sono meno intelligente di loro.
  5. Arriverà di certo un giorno in cui vi parlerò di un capolavoro.

Ma non è questo.

il Vostro Umilissimo Critico

 

Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella

La storia (vera) è quella di Samia Yusuf Omar, una ragazzina con una passione sfrenata per la corsa che, nella Somalia sempre più in balìa degli integralisti e dilaniata dalla guerra civile, insegue il suo sogno: vincere alle Olimpiadi di Londra del 2012. Mi fermo qui nel riassunto anche se probabilmente molti già conoscono l’epilogo della vicenda.Catozzella
Ora, avete presente quegli studenti bravi, diligenti, studiosi, capaci di fare temi senza errori, senza una parola fuori posto, eppure scialbi, banali, anonimi?
Ecco, il libro di Catozzella è così. Piatto, incolore, spento. Nel suo narrare non c’è un guizzo, un’invenzione, un sussulto, quasi che l’autore avesse pensato che la storia bastasse da sola a tenere in piedi il racconto. Purtroppo non è così. Anche le storie più belle rimangono sulla carta se il talento dello scrittore non interviene a vivificarle e poco importa l’argomento, perché qui non si discute (ovviamente) il soggetto del romanzo, ma come esso è stato sviluppato. Insomma questo romanzo assomiglia tanto a un compitino che, pur senza infamia, si piazzi a parecchie lunghezze dalla lode, arenandosi in una zona grigia che ha la stessa sapidità di una pastina da mensa ospedaliera.
E stiamo parlando di un’opera che fa parte della dozzina finalista allo Strega: “ho detto tutto” (cit. Peppino De Filippo).

#fallabreve: Nessuno può correre più veloce del proprio destino
“Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella
Feltrinelli 2014
pp. 236
€ 15,00

 

 

Addio, Monti di Michele Masneri

Potrei sintetizzare ciò che penso di questo libro in un unico aggettivo: brutto. Ma sarebbe troppo poco per un’opera che mi ha fatto passare momenti indimenticabili: dalla voglia di testarne l’aerodinamicità con un tiro ad effetto dalla finestra del sesto piano, al desiderio di lapidare l’autore a colpi di Gravity’s Rainbow, all’incazzatura con me stesso per aver ceduto al battage che ha accompagnato l’uscita di questo inutile, insulso, irritante… parallelepipedo di carta.
montiLa storia. Una domenica pomeriggio la voce narrante (l’autore?) e una tal Gloria si trovano a fare la spesa in un affollatissimo supermercato della Capitale. In un narrare scotomizzato su due piani nettamente distinti “lei” racconta della storia con il suo ex (Federico) e delle loro vicissitudini con una coppia ambigua e stralunata (Roberto e Camilla, detti gli Affamatori) mentre “lui” del suo passato lavorativo prima come escort bisex (avete capito bene) e poi come ghost writer per alcuni esponenti di punta del giornalismo nazionale.
Un libro brutto, l’ho già detto, ma di una bruttezza non comune.
Di una bruttezza profonda, penetrante, inemendabile.
Di una bruttezza furba perché gioca con il lettore nel descrivergli luoghi conosciuti (almeno ai romani) e gli fa l’occhiolino tratteggiando personaggi dai costumi disinvolti di cui indovinare la vera identità (a proposito, caro Masneri: sono troppo stupido per capire chi si nasconde dietro Massimo Minorenti e Luigi Lucheni, ma non è un problema. Perché, se mi passa il francesismo, nonmenefregauncazzo scoprirlo!).
Di una bruttezza noiosa e pedante per gli interminabili, stucchevoli, ridondanti elenchi di situazioni, oggetti, marchi commerciali, personaggi più o meno noti, che impestano tutto il libro.
Di una bruttezza mai riscattata neanche da un barlume di ironia, stante l’assoluta mancanza di distanza dell’autore dalla realtà che descrive.
E in tutto questo cosa c’entra il rione Monti? Pochissimo, anzi quasi niente, essendo semplicemente l’esilissimo filo conduttore, anzi direi essenzialmente il pretesto, per giustificare il titolo-calembour.
Insomma, come avrebbe detto il sommo principe de Curtis se qualcuno gli avesse presentato questo oggetto cartaceo come un romanzo: “Ma mi faccia il piacere!”

#fallabreve: Addio. Per sempre.
“Addio, Monti” di Michele Masneri
Minimum Fax 2014
pp. 167
€ 14,00

 

 

Publisher di Alice Di Stefano

Chiudiamo il tris italico di sòle con un’opera che appartiene a quella categoria di libri che, nonostante quanto riportato sulla copertina, tutto sono tranne che “romanzi”.
Forse non so definire in maniera esatta cosa è un romanzo. Ma sono abbastanza sicuro di cosa NON è un romanzo.
Non è un romanzo Il desiderio di essere come tutti di Piccolo, che è un diario che strizza l’occhio a una ben definita generazione di lettori (la mia), ripercorrendo con tono nostalgico e divertito un pezzo di storia vissuta. Non dico che non sia scritto in maniera gradevole, ma non è un romanzo.
Non è un romanzo neanche Questa libertà di Pierluigi Cappello. Si tratta anche qui di quadri autobiografici scritti in uno stile molto denso (anche troppo per i miei gusti) a cavallo fra prosa e poesia, un diario pieno di immagini evocative, profonde e financo spiazzanti ma, anche qui, non un romanzo.
E ovviamente non è un romanzo Publisher, opera peraltro di qualità molto inferiore alle publisherdue precedentemente citate. In questo caso, però, la definizione del libro ce la suggerisce direttamente l’autrice nei ringraziamenti finali: una “biografia comica romanzata”.
Analizziamo con calma.
Se sulla copertina invece di “romanzo” ci fosse stato scritto “Biografia di Elido Fazi” quante copie avrebbe venduto la Fazi Editore (sic!)? Di certo almeno una in meno, quella che ho comprato io.
Sul comico poi glissiamo del tutto, perché le avventure descritte nel libro, fra vacanze esotiche, kermesse, congressi e saloni del libro sono comiche quanto può esserlo un’estrazione del dente del giudizio senza anestesia e quando non sei il dentista.
Se poi a tutto questo aggiungete il fatto che le capacità di sintesi dell’autrice sono paragonabili alla finezza dell’eloquio dell’ineffabile Razzi e che il tomo arriva alla bellezza di trecentosettantacinque pagine (375, avete letto bene), potrete capire quale sospiro di sollievo abbia tirato quando finalmente ho finito questo inutile, tronfio, autocelebrativo, scombinato, ripetitivo e noioso polpettone.
Verrebbe da dire che il libro avrebbe avuto bisogno del radicale intervento di un editor (anche se sospetto che l’autrice abbia fatto l’editor di se stessa) anzi, meglio: avrebbe avuto bisogno di un publisher che l’avesse rifiutato.

#fallabreve: Scusi, ma di tutto questo a noi che cale?
“Publisher” di Alice Di Stefano
Fazi Editore 2013
pp. 377
€ 16,50

 

 

Le donne del signor Nakano di Hiromi Kawakami

La letteratura nipponica ha sempre esercitato un certo fascino su di me. Penso sia dovuto al mondo reale ed emotivo che descrive, affatto alieno rispetto a quello che conosco.
Mi piace il forte legame degli autori con la natura e le stagioni, l’amore per il dettaglio, la ricerca della perfezione, il pudore (per noi inspiegabile) rispetto alle emozioni, ai sentimenti, in particolare alla loro esternazione. Il tutto reso in genere con uno stile piano, semplice eppure sottilmente evocativo.
È per questo che mi sono accostato alla lettura del libro della Kawakami con discrete aspettative, aspettative che all’inizio sembravano anche ben riposte.
KawakamiLa storia si sviluppa attorno al negozio di “roba vecchia” che il signor Nakano gestisce con l’aiuto di Hitomi (una ragazza che è anche la voce narrante) e del laconico Takeo. Un altro personaggio di un certo rilievo è la sorella di Nakano, Masayo. Fra le tante piccole vicende che l’autrice ci racconta, il filo conduttore è rappresentato dalla relazione fra i due ragazzi.
È qui, a mio parere, che il libro si incaglia. Perché Hitomi e Takeo sono affetti da una sindrome che ultimamente sembra abbastanza diffusa (penso a La solitudine dei numeri primi di Giordano o a La moglie della Lahiri) e che io chiamo “anaffettività di default”. Con questo termine intendo quei personaggi che, probabilmente vittime di malefici o incantesimi, sono pervicacemente bloccati in una dimensione di incomunicabilità di parole e di emozioni, dei monoliti incapaci di dare una svolta anche minima alla propria esistenza, dei golem emotivi, sempre uguali a se stessi, relegati a un’esistenza irrisolta e colpevolmente infelice.
Non voglio con questo dire che un libro per essere bello debba per forza narrare vite eroiche o realizzate, o che non sia possibile rendere letterariamente avvincenti anche quelle all’apparenza più banali. Basta leggere una qualsiasi opera di Yates, di Williams o di Malamud per trovare storie di fallimento, disincanto, di desolazione, ma narrate con quale stile, con quale bellezza! Insomma, rendere l’anonimità di una vita, l’incapacità di inseguire un sogno, la rassegnazione, è possibile ma richiede un talento narrativo non comune, altrimenti si rischia di creare personaggi che appaiono soltanto come degli stolidi imbecilli.
Non ho letto altre opere della Kawakami (e non penso che lo farò), ma posso dire che secondo me questa è di un’esilità che sconfina nell’assoluta irrilevanza.

#fallabreve: Era un libro che per essere bello avrebbe dovuto essere completamente diverso.
“Le donne del signor Nakano” di Hiromi Kawakami
Einaudi 2014 (2005)
Traduzione di Antonietta Pastore
pp. 228
€ 19,00

 

 

Dulcis in fundo

Dopo questa infilata di immani boiate mi sono buttato su due libri “sicuri”, due gialli, Dexterebbene sì: Il mistero del terzo miglio di Colin Dexter (autore inglese recentemente riscoperto da Sellerio; ormai siamo arrivati al sesto romanzo), e Minacce di morte di Georges Simenon che raccoglie cinque racconti con protagonista il mio amato Maigret (ahimé, ormai siamo agli sgoccioli…).
Si tratta ovviamente di letteratura di genere, però intelligente, arguta, mai banale e, soprattutto, ben scritta.
Se amate i gialli splatter, pieni di computer e di effetti speciali o se impazzite per i detective in grado di risalire alla colesterolemia dell’assassino analizzando un granello di polvere, lasciate perdere.
Qui le atmosfere e i ritmi sono sincopati, le indagini si fanno con pochi indizi e usando principalmente la logica, i supporti tecnologici sono pressoché nulli.
SimenonPerò il tempo passato assieme all’ispettore capo Morse, al suo fido sergente Lewis o al commissario Maigret è, a mio avviso, sempre tempo ben speso.
A onor del vero, questi racconti di Simenon sono un po’ tirati via, scritti con il pilota automatico. D’altronde si sa che il tenore di vita del Nostro non fosse certo austero e talvolta gli era necessario scrivere per motivi “alimentari”. Ma che volete, per me Maigret è come un vecchio zio di cui si ascoltano le storie più per come le racconta che per quello che raccontano.
Dexter invece costruisce la storia con la solita signorile eleganza molto british per cui fra i due è quello che consiglio.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Il colpevole è sempre il maggiordomo. Quando c’è, il maggiordomo.

 

 

“Il mistero del terzo miglio” di Colin Dexter
Sellerio editore 2014 (1983)
Traduzione di Luisa Nera
pp. 317
€ 14,00

“Minacce di morte e altri racconti” di Georges Simenon
Adelphi Edizioni 2014
Traduzione di Marina Di Leo
pp. 166
€ 10,00

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 29/04/2014)

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