Breviter 2017 #04

Nella casa del pianista di Jan Brokken

Su Wikipedia la vita di Youri Egorov è sintetizzata in poche stringate righe. La cosa non sorprende visto che si tratta di un pianista morto a nemmeno trentaquattro anni, verosimilmente noto solo a una ristretta cerchia di melomani. E forse non ne avremmo mai saputo di più se Jan Brokken non l’avesse conosciuto, diventandone amico intimo e sincero. Da quell’amicizia nasce questo libro che, rifuggendo i facili patetismi legati al cliché dell’esule e dell’artista tutto genio e sregolatezza, stereotipi a cui pure la figura di Egorov poteva facilmente prestarsi, racconta la storia di un uomo in fuga: dalla famiglia, dalla patria, da se stesso. Una fuga accompagnata da rimorsi e profondissimi sensi di colpa che neanche il successo artistico mise a tacere. Una fuga che, purtroppo, si trasformò presto in una discesa agli inferi, concludendosi con la scoperta dell’AIDS, che allora equivaleva a una condanna a morte, e la richiesta dell’eutanasia quando la malattia lo aveva ormai privato delle forze e della voglia di vivere. In quella vita così breve e tormentata l’unica consolazione, pur parziale e temporanea, fu rappresentata dall’amore per la musica,  per il pianoforte e per l’incessante inseguimento della chimera dell’esecuzione perfetta.

Davvero un bel libro che, pur con qualche lungaggine di troppo, ci restituisce la figura di un uomo fragile, dilaniato da angosciosi  fantasmi, e di un artista dotatissimo di cui, purtroppo, rimane solo una manciata di registrazioni, ascoltando le quali si viene assaliti dal rimpianto di non poter sapere se anche lui, invecchiando, sarebbe riuscito, come il suo adorato Richter, a far sentire all’ascoltatore “due, tre dimensioni dietro la musica”.

#fallabreve: La vita, spesso, è una triste partitura.

Nella casa del pianista di Jan Brokken
Titolo originale: In het huis van de dichter
Iperborea, 2011 (2008)
Traduzione di Claudia Di Palermo
pp. 433
€ 18,00 (eBook € 9,49)

La mia valutazione su Goodreads:

 

Il principio di Jérôme Ferrari

Qual è “il prezzo del guardare oltre la spalla di Dio?” Perché è proprio questo quanto fece quel manipolo di menti geniali che, all’alba del ventesimo secolo, scardinò tutte le certezze della fisica newtoniana: “guardare oltre la spalla di Dio”. E lo fece pronunciando “con il candore omicida della giovinezza una sentenza di dissoluzione” che trasformò “i componenti ultimi della materia in creature del limbo, più pallide e trasparenti dei fantasmi”, tentando di trovare le parole adatte per dire “ciò che non può essere detto e che tuttavia deve essere detto”, per descrivere un mondo in cui “nessuno può essere chiaro e preciso insieme”, in una sorta di declinazione logica del principio di indeterminazione che dà il titolo al romanzo.

Le prime due parti, le più belle, sono una sorta di lettera aperta ad Heisenberg in cui Ferrari ne ripercorre la brillante carriera fino ai controversi rapporti con il regime nazista, evitando però ogni pedanteria biografica o facile moralismo, consapevole di poter vantare nei confronti di chi in quegli anni dovette scegliere da che parte stare una sola superiorità: quella “conferitaci dalla data di nascita”. La terza parte racconta la detenzione del grande fisico e di altri nove scienziati tedeschi ad opera degli inglesi a Farm Hall. Di fronte al disvelamento degli orrori del regime nazista le reazioni di queste menti brillantissime, in grado di capire “cose che per la maggior parte degli uomini rimangono un mistero”, sono sconcertanti per la loro infantile inadeguatezza, dettate unicamente dal tentativo di sminuire il proprio ruolo, di negare ogni responsabilità. La notizia della distruzione di Hiroshima, però, dissolve qualsiasi illusione di neutralità e innocenza della scienza e loro, in quanto uomini di scienza, perché il cuore di uranio di quella bomba, che aveva “regalato alla morte volti nuovi”, così potente da essere “un’immagine sacra dell’apocalisse”, era stato reso possibile proprio dalle “conoscenze che veneravano”. Chiude il romanzo una sorta di breve epilogo, la parte meno convincente, inquinato a mio avviso da una insistita e vagamente incongrua componente autobiografica.

Un libro percorso da una fitta rete di profondi e drammatici interrogativi: sul ruolo della scienza e sulle conseguenze delle sue scoperte, sulla responsabilità personale e sul libero arbitrio. Domande che non trovano risposta all’interno del suo perimetro narrativo, né potrebbero farlo, e che sono ancora e sempre lì, davanti alle nostre coscienze. Perché Prometeo siamo noi, disposti come lui a pagare qualunque prezzo per “guardare oltre la spalla di Dio” sapendo, in cuor nostro, che non c’è “niente di più bello” di quel che si vede da lì.

#fallabreve: La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti (cit.)

Il principio di Jérôme Ferrari
Titolo originale: Le principe
e/o, 2015 (2015)
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
pp. 139
€ 14,00 (eBook € 5,99)

La mia valutazione su Goodreads:

 

Il cuoco di Harry Kressing

Una favola nerissima, dove il cibo è la materializzazione dell’energia vitale, una grandezza che, nell’universo vagamente claustrofobico della città di Cobb, sembra una risorsa a somma zero: se qualcuno ingrassa e prospera, qualcun altro dovrà deperire e financo morire. Il demiurgo che, a suo capriccio e piacimento, gestisce con luciferina e imperscrutabile maestria l’equilibrio di questo piccolo sistema chiuso è Conrad, un misterioso cuoco che compare improvvisamente in paese e pare in grado di controllare con i suoi manicaretti non solo l’epa, ma anche la volontà delle sue inconsapevoli vittime.

Per una buona metà del libro le arti culinarie di Conrad sembrano volte esclusivamente ed altruisticamente al bene comune ma Kressing, con indiscutibile maestria, riesce a inserire in questa sorta di idillio una nota dissonante che, pur risuonando all’inizio in maniera quasi subliminale nell’orecchio del lettore, crea una tensione angosciosa che aumenterà progressivamente di intensità fino a sfociare in un totale ribaltamento dei ruoli fra il cuoco, a questo punto diventato il signor Venn, e quel che rimane delle famiglie Hill e Vale, fino a quel momento incontrastati signori di Cobb. Un ribaltamento che sembra riflettersi anche nell’aspetto fisico di Conrad che, dall’allampanato e inquietante becchino che era al suo arrivo, si trasforma agli occhi di tutti in un bellissimo signore.

Una lettura davvero gradevole, appena sciupata da un finale un po’ affrettato: come se Tim Robbins, dopo averci raccontato una delle sue storie, chiudesse improvvisamente con uno sbrigativo “e vissero tutti infelici e scontenti”.

#fallabreve: Hell’s Kitchen

Il cuoco di Harry Kressing
Titolo originale: The Cook
e/o, 2016 (1965)
Traduzione di Liliana Coïsson Gambi
pp. 254
€ 16,00 (eBook € 4,99)

La mia valutazione su Goodreads:

 

Una notte soltanto, Markovitch di Ayelet Gundar-Goshen

Un romanzo sospeso nella terra di mezzo fra un registro ironico (a tratti comico) e uno drammatico e che, pur iniziando piacevolmente, centrando la narrazione sulle vicende del personaggio eponimo, si arena progressivamente man mano che l’Autrice, per dare un respiro più corale alla storia, introduce una quantità eccessiva di spunti narrativi che non riesce del tutto a dominare. Ritengo che una maggiore attenzione all’equilibrio strutturale e una scelta più precisa sul tono complessivo da dare al romanzo avrebbe giovato.

Un’opera complessivamente acerba, ma non priva di segnali promettenti, tanto da non farmi escludere una prova di appello per questa giovane scrittrice israeliana.

#fallabreve: Una vita in cambio di una notte? Pensaci bene, Markovitch.

Una notte soltanto, Markovitch di Ayelet Gundar-Goshen
Titolo originale: Layla echad, Markovitch
Giuntina, 2015 (2012)
Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi
pp. 327
€ 16,50 (eBook € 8,99)

La mia valutazione su Goodreads:

 

Neve, cane, piede di Claudio Morandini

Ennesima stucchevole variazione narrativa della storia del vecchio montanaro, solitario e malato, appena modernizzata da tocchi splatter e involontariamente comici. Dell’“Epos pungente e ferino, di poche parole, di pochi gesti ripetuti, di fatica e sole a picco e tenebre improvvise…” di cui parla l’Autore nella nota in appendice al romanzo, io non ho trovato traccia alcuna. A me è sembrata una storia piuttosto debole, ulteriormente infiacchita quando si verifica il viraggio da un registro realistico ad uno che, benevolmente, potrebbe dirsi onirico e surreale, ma che, corrivamente, potrebbe essere bollato come delirante e grottesco.

Ha il pregio di non richiedere molto tempo per la lettura.

Purtroppo ha solo questo pregio.

E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Alla montagna preferisco il mare. E tutti e due a un fine settimana con Adelmo Farandola (semicit.)

Neve, cane, piede di Claudio Morandini
Exorma, 2015
pp. 138
€ 13,00 (eBook non disponibile)

Il mio giudizio su Goodreads:

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