Viaggio in Italia #03 – “La solitudine di un riporto” di Daniele Zito

Sinossi (dalle note di copertina): Brutto, solo e devastato da un riporto agghiacciante, Antonio Torrecamonica si ritrova a condurre, suo malgrado, una vita che gli altri hanno scelto per lui. Carceriere di se stesso, trascorre tutte le sue giornate rinchiuso in una piccola libreria di provincia, tra libri che non legge, clienti che lo tormentano e ricordi che lo soffocano. Unico svago, ogni tanto, far saltare in aria qualcuno dei concorrenti, meglio se grandi, meglio ancora se Feltrinelli. Ma non è che la gioia di un momento, passato il quale il libraio continua a essere un animale in gabbia: la malavita lo usa per i suoi traffici, le forze dell’ordine lo braccano, il passato lo tiene inchiodato alla sua prigione quotidiana fatta di lettori, attese e conti in rosso. Finché un giorno non prende in mano uno di quei libri che non sopporta e inizia a sfogliarlo, ritrovando un piacere che considerava ormai perduto. Questo piccolo gesto quotidiano, insignificante nella sua banalità, darà il via alla lunga fuga del signor Torrecamonica verso la libertà. A ostacolarlo saranno in tanti: il commissario Serracavallo, Don Pietrino, i Milanesi, il Vice, fino alla realtà stessa, menzognera come non mai.

Il titolo e le note di copertina farebbero pensare a una commedia, ed anche l’incipit: “Nessuno può dire di aver conosciuto il dolore finché non ha visto un riporto”. Il riporto è quello di Antonio Torrecamonica, un libraio piuttosto strano, che non legge un libro da trent’anni e ne fa un uso à la Shrek, avendo addirittura elaborato una personalissima classifica secondo la quale “pulirsi il culo con Anna Karenina somigliava in maniera vertiginosa alla felicità”. Perplessi da questo approccio scatologico alla lettura, prendiamo però atto con sollievo che il nostro eroe non soffre di patologie proctologiche che certamente avrebbero ostacolato tali abitudini. Antonio, d’altronde, non ha alcun interesse a vendere libri, ed anzi è animato da un odio profondo verso i clienti, che lo porta a cambiare continuamente il criterio con cui ordina i volumi nei sessantaquattro scaffali della sua libreria, anch’essa parecchio strana, visto che “è sempre aperta, a qualunque ora del giorno e della notte”.
Ben presto, però, a quello surreale si aggiunge un registro noir, con l’Organizzazione di “Pietro Carmelo Maria Carnazza, al secolo Don Pietrino” (mi perdoni, Zito, casomai è il contrario), i suoi uomini in blu e le sue misteriose valigie. Poi ci sono gli attentati notturni che Antonio compie ai danni di qualsiasi grossa catena voglia aprire un megastore vicino al suo negozio. Non manca una nota psicologica, anzi psichiatrica, con tanto di paranoia, schizofrenia e dialoghi immaginari (per inciso: alla terza telefonata ho avuto la tentazione di provare a usare il libro come fa Antonio con Anna Karenina). Basta? Neanche per sogno, perché a un certo punto si inserisce la storia d’amore, con tanto di scene di sesso. Alla fine, poi, l’intreccio precipita senza motivo e senza senso in un epilogo violentissimo che sembra aver ben poco a che fare col resto del libro e che apre davanti al lettore dilemmi inquietanti del tipo: come si fa a colpire un uomo in “tredici punti vitali, contemporaneamente” senza ucciderlo? E quali sarebbero, poi, ‘sti tredici punti?
Se 114_La solitudine di un riporto_Zitol’intenzione dell’Autore era quella di creare un raffinato gioco metaletterario per bibliofili, duole constatare come il risultato sia un indigeribile polpettone, un pastrocchio, un pastiche. Quel tipo di esercizio necessita di leggerezza, senso della misura e precisione, mentre qui abbiamo solo una serie di citazioni grossolane e sgangherate, che ottengono l’effetto di irritare il lettore, prostrarne la resistenza e aggiungere implausibilità a un intreccio che già di suo ne avrebbe d’avanzo. Qualche esempio?
Il nostro libraio riporto-munito a un certo punto afferma: “I lettori sono tutti uguali: se non ti chiedono Neruda, García Márquez e la Allende, allora ti chiedono Il piccolo principe o Anna Karenina”. Frequento librerie da tanti anni ma, confesso, non capisco il senso della frase: ammesso che i lettori siano tutti uguali, qualcuno mi spiega cosa c’entra Tolstoj con la Allende? Che poi, se proprio bisogna dirlo, magari tutti i lettori chiedessero quegli autori (a parte Saint-Exupery e il suo Piccolo Principe, che ho sempre trovato odioso e insopportabile)!
Sempre a proposito di “lettori”, il Nostro a un certo punto scrive: “quella buffa fetta di umanità composta da persone evidentemente inadatte alla sopravvivenza quali sono i lettori”. A parte l’aver scoperto con una punta di sorpresa di essere inadatto alla sopravvivenza, mi verrebbe da ribattere all’Autore che il vero problema dei lettori sono le “persone evidentemente inadatte alla scrittura”.
Anche il Vice di Don Pietrino ha la sua opinione sui lettori, che sono delle “teste di cazzo. Non si accorgono mai di nulla, finché non sei tu a dir loro, guarda che quel tizio lì è l’assassino, guarda che sei dentro un romanzo contemporaneo non dentro un feuilleton”. Al netto dell’involontaria autoironia, visto che feuilleton mi sembra una definizione particolarmente azzeccata per questo patchwork su carta, e dell’intento ovviamente provocatorio della frase, vorrei dire al signor Zito che in parte ha ragione. Perché se non fossi la testa di cazzo che sono, il suo romanzo l’avrei adibito ad altre e ben più utili funzioni, invece di leggerlo fino alla fine: come fermaporte, ad esempio, oppure come frisbee.
Non mancano poi le frasi semplicemente senza senso come questa: “Stocasticamente le clienti non erano mai baciate dalla bellezza, salvo rare eccezioni”. Senza entrare nel merito della differenza fra effetti deterministici e stocastici, e fra curve dose-effetto e dose-risposta, sarà qui sufficiente dire che per gli effetti stocastici, la frequenza di comparsa è molto bassa sull’insieme delle persone esposte. Per cui, nel caso, la frase corretta sarebbe stata, molto più semplicemente: “Stocasticamente le clienti erano baciate dalla bellezza”. Corretta, ma non per questo più bella.
In questo continuo e pedante ammiccamento al lettore, non mancano neanche i calembour come questo: “Perché se è vero che tutte le famiglie rumorose sono uguali, è ancor più vero che quelle silenziose lo sono ognuna a suo modo”. Al di là dell’ossessione verso Anna Karenina, mi limito a far notare lo scontato e neanche divertente gioco di parole con un incipit che, per sua struttura, si presta ad infinite variazioni sul tema degli opposti. Peraltro Tolstoj viene trattato meglio di Schulz (e mi riferisco a Charles Monroe Schulz, dato che non penso che il Nostro abbia letto Paul Clifford di Edward Bulwer-Lytton, autore dell’incipit originale), perché la frase: “Era una giornata buia e tempestosa”, al netto delle sporadiche eclissi totali di sole durante un temporale (quando, per inciso, la succitata eclisse sarebbe davvero poco visibile), semplicemente non significa un cazzo. Ma ce n’è per tutti: da Flaubert (la donna di cui si innamora Antonio si chiama Irene Pecuchet), a Proust (il “capo ufficioso dei servizi segreti detto Balbec”), a Gadda (sulla pulsantiera del palazzo di Irene compare un Ingravallo), per citarne alcuni.
Se a tutto questo aggiungete il fatto che Zito non usa le virgolette nel discorso diretto, un vezzo stilistico che trovo irritante come pochi (e che posso perdonare a pochissimi) capirete che, se non fosse stato per il mio approccio kantiano alla lettura, difficilmente sarei arrivato alla fine delle interminabili trecentocinquanta pagine di questo libro.
Per la serie: anche le buone idee, se portate all’estremo, mostrano la corda. Figuriamoci le cattive.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Lanciatelo molto lontano. E assicuratevi che, nei dintorni, non ci siano cani. Da riporto, ovviamente.
“La solitudine di un riporto” di Daniele Zito
Hacca, 2013
pp. 347
€ 15,00

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