Viaggio in Italia #07 – “Roderick Duddle” di Michele Mari

Sinossi (dalle note di copertina): Figlio di una prostituta, Roderick cresce tra furfanti e ubriaconi all’Oca Rossa, fumosa locanda con annesso bordello. Quando la madre muore, il proprietario pensa bene di cacciarlo: quello che entrambi ignorano è che nel destino di Roderick è nascosta un’immensa fortuna, e quel medaglione che porta al collo ne è la prova. Il ragazzino si ritrova alle calcagna una folla di balordi, mentecatti, loschi uomini di legge e amministratori, assassini, suore – non proprio convenzionali – ognuno deciso a impadronirsi in un modo o nell’altro di una parte del bottino. E cosi Roderick fugge, per terra e per mare, in un crescendo di imprevisti, omicidi, equivoci e false piste.

Ho deciso di chiudere il lungo viaggio in Italia che ha caratterizzato la mia estate di letture, Roderick Duddlecon l’ultima fatica di Michele Mari. Confesso che, da un omaggio dichiarato al romanzo di avventura, non è che mi aspettassi molto più di una lettura divertente e avvincente. E non si può negare che, in tal senso, l’Autore abbia cercato di essere estremamente rispettoso del genere, inseguendo una mimèsi accuratissima non solo linguistica, ma anche strutturale, con capitoli molto brevi, che sarebbero stati perfetti per la pubblicazione a puntate sul Bentley’s Miscellany o sullo Young Folks, alla maniera di Dickens e Stevenson. Eppure, carissimi cinquantacinque lettori, non vi nascondo che, man mano che procedevo nella lettura delle quattrocentottantacinque pagine (non poche, decisamente no), una noia crescente ha messo a rischio la conclusione del succitato viaggio.

Il più grande limite di Roderick Duddle mi sembra stia proprio nel suo intento dichiarato, perché è del tutto evidente che, rivolgendosi a un pubblico di lettori adulto, l’unico in grado di apprezzare il suo “omaggio”, Mari non potesse puntare solo sulla costruzione dell’intreccio, che peraltro qui non appassiona, con l’inseguirsi ridondante, e alla lunga stucchevole, di continui e rapidissimi colpi di scena, come se avesse provato a ibridare la struttura del romanzo di avventura classico con elementi propri dei noir contemporanei, laddove i modelli originali, e mi riferisco soprattutto a Dickens, erano molto più accorti nel diluire la quota di agnizioni, epifanie, deus ex machina e ammonimenti edificanti, e con effetti ben diversi.

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Michele Mari

D’altra parte, anche il tentativo di rivitalizzare il genere, sembra riuscito solo in parte. Un tentativo immediatamente evidente a partire dall’espediente metanarrativo del sogno di un bambino che si chiama Michele Mari, con cui si apre e chiude il libro, e che prosegue con una certa qual spregiudicatezza nelle atmosfere e nelle situazioni (impensabile nell’Inghilterra vittoriana), e con il continuo e ammiccante contrappunto con il lettore, che assume talvolta toni che avrebbero scandalizzato il buon vecchio Charles! Del resto, proprio l’utilizzo di registri troppo lontani dai modelli, suona del tutto fuori luogo, specie quando è insistito, come nel caso dell’elemento erotico-trasgressivo rappresentato dal “malfrodito” Suor Allison.

Neanche il finale convince appieno, col suo frettoloso “volemose bene” che, se da un lato premia il nostro eroe e suo “fratello”, lascia però impuniti troppi cattivi, anche quando colpevoli di atroci delitti: un errore che Dickens avrebbe giudicato imperdonabile e che, anche se forse potrebbe rientrare nel suddetto tentativo di attualizzazione, lascia piuttosto perplessi. Peccato, perché la scrittura di Mari è, come sempre, qualitativamente ineccepibile.

Insomma, a ben vedere, queste mie impressioni potrebbero essere riassunte in una semplice domanda: che senso ha pubblicare un libro del genere nel ventunesimo secolo? Poco. Anzi, nessuno.

E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: C’era una volta. Però, adesso, non c’è più.
“Roderick Duddle” di Michele Mari
Einaudi, 2014
pp. 485
€ 22,00 (sBook € 9,99)

Foto dell’Autore da: http://static.nazioneindiana.net/wp-content/2014/09/455454-michele-mari.jpg

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