Viaggio in Italia #04 – “Dentro” di Sandro Bonvissuto


Dentro
[1] [dén-tro] prep., avv., s.

avv. […] 2 Per antonomasia, in prigione.
“Ogni sistema è perfettamente disegnato per raggiungere i risultati che raggiunge nella realtà”. È una frase di Berwick, un esperto di qualità e sicurezza in sanità che, a mio avviso, può essere applicata anche ad altri ambiti, come la politica, la giustizia, l’economia o l’informazione. Sono tutte organizzazioni complesse e accomunate da enormi inefficienze e difetti, almeno secondo l’opinione comune, ma che, se guardate ribaltando il punto di vista nella direzione indicata da Berwick, sembrano fatte apposta per produrre i risultati che, chi le ha progettate o semplicemente le governa, si aspetta nella realtà. Senza entrare nella selva di inquietanti implicazioni logiche conseguenti a questo assunto, basterà qui dire che mentre leggevo Il giardino delle arance amare, il primo lungo racconto di questa raccolta, mi è tornata alla mente questa frase. Perché è un racconto che parla di detenzione, e il sistema carcerario mi sembra proprio uno di quei sistemi complessi che può essere considerato fallimentare solo rispetto alla sua funzione teorica di rieducazione e reinserimento del reo. Se invece capovolgiamo questa ingenua prospettiva, e pensiamo al carcere come qualcosa che è “perfettamente disegnato per raggiungere i risultati che raggiunge nella realtà”, ci accorgiamo che è una macchina impeccabile, “la riproduzione di una psicosi, di un incubo”, un “luogo paranoico” concepito da qualcuno che Dentro“doveva essere stato un vero esperto del male. […] copiato da una pagina di Kafka”.
Un dentro delimitato da muri senza soluzioni di continuità e senza porte, muri che sono il “più spaventoso strumento di violenza esistente”, un’idea in grado di distruggerti “senza nemmeno sfiorarti”, muri che non sono fatti contro qualcosa, ma “contro qualcuno”. Muri al cui interno lo spazio e il tempo mutano radicalmente la propria natura. Lo spazio diventa qualcosa da cui “avevano tolto tutto e poi ci avevano messo il nulla”, un vuoto che quindi non è assenza, ma una presenza incombente e che devasta. Anche il tempo, “l’unica cosa invisibile che però esiste davvero”, nel carcere scorre in maniera diversa, e ha una unica unità di misura che conti, che abbia senso: i giorni, scanditi dall’inesorabile alternanza fra la luce e il buio. Pure la relazione fra spazio e tempo viene stravolta dal carcere dove, contrariamente a quanto accade fuori, “c’era tanto tempo ma poco spazio. Ed era quello il cortocircuito che ti faceva impazzire”.
È un dentro che stravolge l’ordine di priorità che vale fuori, “perché al mondo non c’è nessuno in grado di stabilire se una cosa ha valore o meno meglio di un carcerato”. In cui “non fai in tempo a credere che le tue siano le ossessioni peggiori al mondo che scopri qualcuno costretto a dividere il letto con un incubo più grande del tuo”. In cui la vita è scandita da precise liturgie e da regole che bisogna imparare bene e in fretta se si vuole sopravvivere: “non c’è posto al mondo dove sia così necessario rispettare la forma come in carcere. […] Il protocollo diplomatico del mondo di fuori, in confronto, è solo un gioco di ruolo. Lì si faceva sul serio”. Apprendere queste regole e praticarle nel modo giusto è questione di fortuna, di spirito di osservazione, del fare amicizia con chi può darti le dritte giuste.
Nel carcere il sistema limbico riprende il sopravvento sui lobi frontali, l’istinto prevale sulla ragione.
È un dentro pieno di arance amare: “non servono a niente. Eppure esistono”.

prep. (si unisce ai nomi direttamente o, in talune espressioni e nel l. fam., mediante a, raramente in; ai pron. pers. mediante di; si contrappone a fuori) […] | essere d. a qlco. fino al collo, essere profondamente implicato, coinvolto.
Il dentro di cui si parla ne Il mio compagno di banco, il racconto che meno mi ha convinto, è quello di un’amicizia che si instaura fra due ragazzi che si conoscono all’inizio della scuola superiore. Un rapporto che all’inizio non sembra diverso dalla classica affinità adolescenziale, esclusiva ed eccezionale come solo a quell’età è possibile, ma che, col procedere della storia assume caratteri morbosi e malati, quasi autodistruttivi, diventando un nucleo completamente chiuso al mondo esterno e che esclude tutto, comprese le famiglie, fino alla cupa ambiguità del finale.

avv. […] 3 Nell’interiorità della persona, nell’animo, nel cuore.
Il terzo racconto è semplicemente la storia de Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta ed è, a mio avviso, il più bello. In un’estate accecante di luce, in cui il sole è “colla bollente” e la polvere che si solleva dalla terra battuta delle strade diventa “la parte visibile del tempo”, due amici decidono di andare a fare una gita in bicicletta al “piccolo deserto”, un posto che può essere incantato solo agli occhi di un bambino, ma dove in realtà non c’è nulla. È una gita da cui viene esclusa la voce narrante, perché non ha la bicicletta, anzi non ci sa neanche andare. È un’esclusione tanto pretestuosa quanto dolorosa per chi la subisce, perché a quell’età l’amicizia è una cosa seria. Quando gli amici tornano dalla gita, il bambino cerca allora di carpirgli il segreto: “come si fa ad andare in bicicletta?”, “come si fa a stare dritti?”, “come si fa a non cadere?”. Ma nessuno sembra saperlo o, almeno, nessuno è in grado di spiegarglielo. Però quando chiede: “chi ti ha insegnato?”, tutti gli danno la stessa risposta: “mio padre”.
Allora va dal papà, che sta giocando a carte con gli amici, e gli chiede di insegnargli ad andare in bicicletta: “adesso”. L’urgenza della domanda è tale che il padre non dice una parola, si alza, si fa dare da un amico del figlio una bicicletta bianca e lo mette di peso sul sellino. E qui assistiamo ad un improvviso addensamento dello spazio-tempo: il resto del mondo si ferma in sospensione sullo sfondo, e rimangono solo questo padre e suo figlio, che iniziano un dialogo lirico e filosofico di struggente bellezza, profondamente vero eppure assolutamente irrealistico. Poi una spinta vigorosa alla bici rimette in moto il tempo e “d’un tratto ecco il prodigio dell’equilibrio. […] l’impossibile che diviene possibile”.
Dentro il cuore di chi è stato quel bambino rimarrà per sempre il ricordo di quando “imparai […] ad andare in bicicletta. È stato mio padre ad insegnarmi. Era d’estate, e non avrebbe potuto essere altrimenti”.

In un panorama letterario in cui l’anemia delle idee sembra in rapporto inversamente proporzionale all’ecolalia che la esprime, leggere i tre racconti di questa raccolta è stata una boccata di ossigeno. Bonvissuto sceglie una lingua asciutta, esatta, essenziale, ellittica come i frammenti di esistenze che racconta, che richiede attenzione, lentezza. Con uno stile epigrammatico portato all’estremo, sembra scavare all’interno del testo uno spazio vuoto in cui ogni parola riacquista senso e significato, entrando in risonanza profonda con le emozioni del lettore.
Sarà interessante seguire il percorso di questo Autore che, spero, continuerà la sua ricerca nel solco di una essenzialità magari ancora più estrema, anche se dovesse cimentarsi con forme narrative diverse da quella, ardua come poche, del racconto.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Bello. Dentro.
“Dentro” di Sandro Bonvissuto
Einaudi, 2012
pp. 170
€ 12,00 (eBook € 8,99)

[1] Definizioni tratte dall’edizione online del Sabatini Coletti, Dizionario della Lingua Italiana, disponibile all’indirizzo http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/

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