Viaggio in Italia #01 – “L’estate infinita” di Edoardo Nesi

Sinossi (dalle note di copertina): Italia. Estate del 1972. Ivo il Barrocciai convince il padre Ardengo a finanziargli l’acquisto di un terreno per costruire una fabbrica di tessuti da “far invidia ai milanesi”. Cesare Vezzosi, piccolo impresario edile, sposato con la bellissima Arianna che lascia lunghi mesi al mare a badare al figlio Vittorio, costruisce di lena appartamenti popolari per ospitare l’ondata di intrepida immigrazione che viene dal Sud. Pasquale Citarella è venuto dall’Irpinia a cercare fortuna, con moglie e figli, e pittura senza sosta le case e i capannoni e i palazzi che sembrano spuntare ovunque. Siamo all’alba di un nuovo mondo e l’albero della vita sta intrecciando i destini: l’audace Barrocciai incarica il Vezzosi di costruire la faraonica fabbrica mentre lui si getta, con l’entusiasmo di un fanciullo, alla conquista del mercato tessile d’Europa e d’America. Il Vezzosi, a sua volta, incarica Citarella della costruzione: una commissione che può valere il futuro suo, della sua famiglia, e anche di qualche parente rimasto ad Ariano Irpino. E mentre la fabbrica si va edificando, gloriosa ed eccessiva come il sogno che l’ha voluta creare, mentre quei tessuti iniziano a generare denaro e spargere benessere condiviso, mentre gli anni vengono divorati dalla voglia di futuro, le vite private dei protagonisti iniziano a scricchiolare, a scomporsi e ricomporsi, travolte dall’impeto di una vita che è benzina per i sogni e di una crescita continua e rapidissima, onnipresente, naturale quanto l’aria e il cielo.

Ognuno ha la madeleine che si merita. La mia, in un caldo pomeriggio di luglio, ha assunto le sembianze di un piccolo paracadute di plastica bianco e rosso. Molti di voi non sapranno neanche di cosa sto parlando. Per me, invece, la comparsa di questo piccolo oggetto al termine della vertiginosa zoomata con cui inizia il libro, è significato tornare bambino in una delle tante estati assolate e oziose passate sulla spiaggia di Palombina o al Lido Tricarico di Manfredonia. Sarà per il fatto che io e Nesi abbiamo la stessa età (ci dividono un paio di settimane), ma confesso che per me leggere L’estate infinita è stato come salire su una giostra e, ad ogni giro, rivivere momenti e sensazioni con la stessa intensità e gli stessi occhi del bambino che sono stato.
Con un montaggio frenetico e vivace, cadenzato dall’alternanza quasi regolare di lunghi capitoli narrati in terza persona con altri rapidissimi fatti di puroNesi Estate Infinita dialogo (e anche una specie di “intervista al telefono” che, assieme all’importanza rivestita dal tennis nel libro, mi sono sembrati un omaggio a DFW), Nesi ci (ri)porta nell’Italia del decennio che va dall’agosto del 1972 a quello del 1982. È questa la parabola temporale in cui seguiamo le vicende di Ivo, di Vittorio, di Cesare e Arianna, di Pasquale e Maria, artefici e testimoni a un tempo della fortuna di un Paese in cui ad avere successo “non sono nemmeno i migliori”, ma “molto semplicemente quelli che ci hanno provato e ai quali è andata bene – a volte benissimo – quando male era difficile che andasse […]”. Non c’è nessuna selezione naturale a sancire vincitori e vinti: “Darwin, a questa gente, gli fa una sega”. Sono persone che votano “per politici e partiti che disprezzano”, ma che gli assicurano “il mantenimento di uno status quo nel quale continui ad essergli garantita quella libertà di intraprendere e guadagnare e sognarsi più ricchi che stimano di gran lunga più importante di ogni altro diritto” (e questa volta il corsivo è mio).
Il gigantesco capannone che Ivo vuole costruire per la sua nuova fabbrica è la metafora di quell’Italia. La sua realizzazione, dopo anni di ritardi, rappresenta l’acme di una vicenda personale e collettiva che da quel punto in poi non potrà che iniziare la discesa sul piano inclinato di una decadenza sempre più vertiginosa. Ma in quegli anni nessuno sembra cogliere i segni di una nemesi prossima ventura, accecati come sono tutti dalla proterva ostentazione e dallo sfarzo arrogante di una ricchezza dai piedi di argilla. Solo Maria, col suo buon senso e la diffidenza tipica di chi dalla vita non ha mai avuto nulla gratis, sembra intuire che in tutto questo c’è qualcosa di malato e vagamente osceno. Di fronte a un successo che arride anche ai suoi parenti che, trasferitisi da Ariano Irpino, si sono improvvisati imprenditori in un mestiere che non era mai stato il loro, Maria si chiede: sono “davvero tutti così bravi? Tutti così improvvisamente capaci di fare gli imprenditori […]?”. Perché, invece, se a “splendere su di loro non era che la fortuna […] allora nulla garantiva che quello spirito invisibile un giorno non se ne andasse misteriosamente così com’era venuto”. Ma anche per lei si tratta solo di un pensiero fugace, l’ombra di una nuvola passeggera, perché: “non può essere che il mondo cambi così tanto e così male”.
Non c’è però solo il lavoro, l’impresa, il successo, nel libro di Nesi. C’è anche l’amore, che viene vissuto, e talvolta subìto, nei modi più diversi. C’è l’amore vanesio e muscolare di Cesare. Quello insoddisfatto e annoiato di Arianna che si incrocia brevemente con quello svagato e malinconico di Ivo. C’è l’amore puro e tenerissimo di Vittorio, assoluto e spietato come solo gli amori adolescenziali sanno essere. E poi c’è l’amore solido e sereno di Maria e Pasquale, l’unico che sembra il risultato di una profonda condivisione fra due anime, fra due persone che ricordano sempre da dove, e come, sono partiti, e che sono consapevoli di quanto sia prezioso quel che hanno costruito: insieme.
Quella di Nesi è una vera e propria capsula del tempo, con dentro un catalogo folle e commovente di nomi, suoni, colori, profumi, oggetti, memorie ed emozioni (ci sono persino le Mecap e i fumetti dell’Editoriale Corno!). Un catalogo che arriva a definire nel dettaglio anche l’immaginario cinematografico e la colonna sonora di quegli anni, come fosse una specie di indice generazionale messo a punto con pazienza, amore e anche con dolore. Perché ho l’impressione che questo romanzo sia costato molto all’Autore, in termini emotivi e sentimentali. Non tanto perché ci ha messo dentro tanto di sé e della sua storia: la stessa cosa era infatti già successa in altre sue opere. È che qui mi è sembrato di percepire un tono da commiato, di sentire il rumore di un sipario che si chiude per sempre. Basta riandare ai tanti passi in cui l’Autore descrive le stoffe con la stessa struggente malinconia con cui uno di noi, guardando un album di vecchie foto di famiglia, potrebbe parlare di un parente carissimo che non c’è più. Oppure quando, in una delle ultime scene, Ivo volge lo sguardo agli uffici vuoti “traboccanti di tutte le dozzine di cose minime e diversissime e multicolori che servono a mandare avanti il lavoro” e le nomina tutte, una ad una: dalla scrivania alla Coccoina, dagli appuntalapis ai nastri inchiostrati per le macchine da scrivere. Un elenco lungo settantasette nomi, che però non è messo lì a caso, ma sono convinto assolva a una funzione ben precisa, quasi fosse una specie di Spoon River per celebrare un mondo che non esiste più e che, lo sa anche Nesi, non è mai stato né così bello né così innocente come lo ricordiamo, ma in cui sembrava tutto possibile perché “c’era un futuro che non finiva mai”.
Insomma un bel libro, in alcuni punti bellissimo (il capitolo Miracolo inevitabile, ad esempio), che forse sarà apprezzato particolarmente da chi ha ancora i “ricordi in bianco e nero” (e non è un caso che mi sia venuta in mente questa citazione di Marrakesh Express), ma che non gioca a rimpiattino con le memorie del lettore, alla ricerca di facili e furbesche risonanze. Non è un libro à la Piccolo, per intendersi. Questo è un romanzo vero, dove la memoria è al servizio della storia, non è la storia. Qui ci sono personaggi ben delineati, un intreccio appassionante e dialoghi ben scritti, che vanno a comporre il ritratto, impietoso e affezionato, potente e delicato, di un’Italia guascone e un po’ cialtrona, che sembrava invincibile ma che, in realtà, stava piantando i semi di quel benessere drogato e insostenibile che avrebbe sortito i catastrofici effetti che scontiamo ancora oggi.
Un libro in cui anche le sbavature e i difetti mi sembrano una componente della sua commovente bellezza. Una bellezza lussureggiante, smodata e feroce, proprio come gli anni di cui parla.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Ci sono stagioni della vita in cui è necessario sentirsi invincibili. Illusorio, ma necessario.
“L’estate infinita” di Edoardo Nesi
Bompiani, 2015
pp. 459
€ 19,00 (eBook € 9,99)

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