Un disperato bisogno d’amore – “La vita davanti a sé” di Romain Gary

Sinossi (dalle note di copertina): pochi mesi dopo il suo suicidio, avvenuto il 3 dicembre del 1980, la pubblicazione postuma di Vie et mort d’Emile Ajar, svelò al mondo che Emile Ajar, altri non era che uno pseudonimo di Romain Gary. Il romanziere più promettente degli anni Settanta, vincitore cinque anni prima del Goncourt con La vita davanti a sé, l’inventore di un gergo da banlieue e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi, era quindi lo stesso scrittore ormai considerato un sopravvissuto, un romanziere a fine corsa, senza più nulla da dire. La vita davanti a sé è la storia di un amore materno in un condominio della periferia francese dove non contano i legami di sangue e le tragedie della storia svaniscono davanti alla vita, al semplice desiderio e alla gioia di vivere. Un romanzo toccato dalla grazia, in cui l’esistenza è vista e raccontata con l’innocenza di un bambino, per il quale le puttane sono “gente che si difende con il proprio culo”, e “gli incubi sono i sogni di quando uno invecchia”.

Siamo a Belleville, la multietnica banlieue parigina che qualche anno dopo diventerà famosa grazie a Benjamin Malaussène e alla sua tribù. Qui Mohammed, anzi Momò, come lo chiamano tutti, vive nella particolarissima pensione che Madame Rosa, una ex prostituta ebrea, ha aperto per accogliere “figli di puttane” (in senso letterale) e altri “bimbi nati per sbaglio” che “non avevano potuto farsi abortire in tempo e che non erano necessari”.
Momò non sa nulla dei suoi genitori. Sa solo che la madre era una prostituta, ma non riesce neanche a immaginarla (“non sapevo nemmeno che ce ne volesse una”), e che di conseguenza il padre, “a causa della legge dei grandi numeri”, è ignoto. Quando scopre che Madame Rosa si occupa di lui “soltanto per riscuotere un vaglia alla fine del mese”, ci rimane molto male (“è stato un duro colpo sapere che ero a pagamento”). A un certo punto, però, il vaglia non arriva più e visto che la pensione è in crisi, perché qualcuno ha inventato “la pillola legale per la protezione dell’infanzia” e ormai per far figli “bisognava proprio averne voglia”, Momò ha “una fifa blu” di restare solo, in balia della famigerata assistenza sociale (“in Francia i minorenni sono molto protetti e quando nessuno se ne occupa li mettono in prigione”). Oltretutto Madame Rosa è ormai vecchia e malata, vittima di un progressivo e inarrestabile deterioramento fisico e mentale (“aveva un sistema sempre più nervoso”). Cade sempre più spesso in uno “stato di abitudine” o in deliri che le fanno rivivere le persecuzioni naziste di cui è stata vittima in gioventù. Il ragazzino, anche ricorrendo all’aiuto della variopinta e improbabile umanità che lo circonda, fa quel che può per cercare di evitare il ricovero in ospedale, perché Madame Rosa non vuole vivere “solamente perché lo pretende la medicina”. Purtroppo, però, “è proibito abortire i vecchi” e Momò naviga a vista, fino a quando gli eventi decidono per lui, conducendo la storia a un finale piuttosto brusco su cui, ovviamente, non dirò parola.
Più che sull’intreccio, davvero scarno, la storia si regge sulla capacità con cui Gary riesce a rendere il particolarissimo milieu sociale ed etico in cui si muove il protagonista e soprattutto sulla scelta di Momò come voce narrante. L’universo che circonda il ragazzo è popolato di personaggi strampalati eppure sempre profondamente umani, resi con tratti essenziali e vivaci a un tempo. Spiccano, fra gli altri, il signor Hamil, ex venditore ambulante di tappeti (“un grand’uomo, ma le circostanze non gli hanno permesso di diventarlo”), Madame Lola, un travestito che sarebbe stato una bravissima madre di famiglia (“è davvero un peccato che la natura ci si sia opposta […] così si sono persi dei bambini felici”). O ancora il dottor Katz (“un uomo che faceva del bene, ma non mi sono mai accorto di niente”), che pratica la “medicina generale” perché cura tutti: ebrei, “per non parlare degli arabi, dei neri e tutte le specie di malattie”.
Ma l’atout vincente del libro è, di certo, il registro con cui Gary riesce a dar vita alla voce di Momò. Un registro ingenuo e guascone a un tempo, a tratti esilarante, ma con un fondo costante di amarezza e malinconia. Perchè non è una storia rassicurante o a lieto fine quella di Momò, ed è lui stesso a dircelo più volte, rivolgendosi direttamente al lettore: “queste cose ve le dico subito […] non voglio darvi delle false emozioni”. Talvolta le sue riflessioni su temi davvero ardui come la religione (“non sono mai stato in una chiesa perché è contro la vera religione”), la felicità (“una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità”), o la dignità del fine vita (“non c’è niente di più schifoso che infilare a forza la vita nella gola della gente che non si può difendere e che non vuol più essere utile”), sono sorprendentemente profonde per un ragazzo, quasi dissonanti. Ma è qui la bravura di Gary: rendere naturale e verosimile una voce che, del ragazzo, ha solo la freschezza, ma sappiamo benissimo essere la sua. Anche la brusca accelerazione degli eventi nell’ultima parte desta qualche perplessità in termini di equilibrio narrativo, ma si tratta di considerazioni marginali, che non minano il giudizio complessivo su questo bel libro, che racconta l’amore che lega Momò e Madame Rosa. Un amore improbabile eppure tenerissimo, che inizia per convenienza e cresce in quelle che sembrerebbero le peggiori condizioni possibili, ma che pure è incrollabile e purissimo.
Non sappiamo cosa succederà a Momò, ma le parole con cui ci lascia sono indimenticabili e struggenti: “bisogna voler bene”.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Non voglio esser solo. Mai.
“La vita davanti a sé” di Romain Gary
Neri Pozza Editore 2005 (1975)
Traduzione di Giovanni Bagliolo
pp. 214
€ 9,90

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 16/01/2015)

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