“Tutto quel che è la vita” di James Salter

Sinossi: nel 1944, alla vigilia di uno degli scontri navali decisivi per la risoluzione del secondo conflitto mondiale, Philip Bowman è un sottotenente della Marina militare americana di stanza nel Pacifico. È l’esordio avventuroso di una vicenda umana che si dipana per quarant’anni, in una sorprendente ricchezza di scenari, incontri ed esperienze. Dal Giappone a New York, dove Bowman diventa editor in una piccola casa editrice; alla Virginia delle grandi proprietà terriere e delle vecchie tradizioni; a Londra, cuore pulsante di una “geografia editoriale” fatta di contatti e affinità personali; alla Spagna, teatro di una esaltante passione amorosa. A scandire il racconto, una galleria di ritratti femminili cui corrispondono altrettanti modi di intendere e vivere l’amore in tutte le sue sfaccettature e le sue insidie. Perché questa è, più di ogni altra cosa, la cronaca di una lunga e intensa vicenda sentimentale nella quale si affacciano molte donne e molti amori. Sullo sfondo il tributo ai libri, non privo di ironia, ai loro autori dagli alterni talenti e fortune, alle consuetudini di un mondo editoriale d’altri tempi. Volti, indumenti, scorci di paesaggio rubati dal finestrino di un’auto, di un aereo o di un treno, incroci di sguardi, aspettative, tradimenti, fantasie: quel che conta nella vita, quel che resta o vorremmo restasse quando ci guardiamo indietro, e che solo la scrittura, forse, può salvare, fissandolo nel flusso impercettibile e implacabile dei giorni.

Prima di questo libro non conoscevo Salter e perciò ho fatto qualche ricerca. Da poco scomparso all’età di circa novant’anni, si è dedicato completamente alla scrittura nel 1957, dopo essersi congedato dall’esercito. Non è stato un autore particolarmente prolifico, visto che ha pubblicato solo sei romanzi (se non ho contato male) un paio di raccolte di racconti, un libro di memorie e diverse sceneggiature. Tutto quel che è la vita ha visto la luce a quasi trentacinque anni dal precedente romanzo, quando era ormai ottantottenne.

La storia è abbastanza semplice. Phil Bowman vive con la madre Beatrice, abbandonata dal marito quando il figlio aveva un paio di anni per sposarsi con un’altra donna, poi con un’altra e poi con un’altra ancora. Dopo la guerra riesce ad iscriversi ad Harvard dove vorrebbe studiare biologia. Poi, però, si iscrive a un corso di giornalismo per ritrovarsi, in maniera piuttosto casuale, editor in una piccola casa editrice. Altrettanto casualmente conosce Vivian, rampolla di una famiglia WASP della Virginia, la sposa come se non avesse niente di meglio da fare e quando il matrimonio si rivela “doveroso, contenuto, pieno di sorrisi e di parole cortesi”, divorzia senza particolari patemi. Da quel momento in poi, nonostante numerose avventure erotiche, amori finiti male, cause legali, traslochi, vendette e viaggi, Phil si comporta come se più che un attore, fosse uno spettatore della sua vita: tutto sembra, più o meno, scorrergli addosso senza lascare tracce. Solo in due momenti sembra avere una vita interiore: quando bacia la madre morta e pensa “con una sorta di disperazione, alle cose di cui avrebbe voluto parlarle e a quelle di cui avrebbe voluto parlarle ancora una volta”; e quando, poco tempo dopo, scopre da un giornale che anche suo padre è morto da un paio d’anni, e si sente “come se […] alcune connessioni essenziali fossero andate definitivamente perdute”. Il romanzo termina mentre progetta un viaggio a Venezia con Ann, la sua ultima fiamma.

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James Salter

Forse per dare un po’ di movimento a una struttura fondamentalmente classica, Salter spezza la linea narrativa principale seguendo, per poche righe o per qualche pagina, le vicende di personaggi assolutamente secondari e inserendo una sorta di co-protagonista del romanzo nella persona di Neil Eddins, collega di Phil nella stessa casa editrice, che a un certo punto ha una vicenda del tutto autonoma. Secondo qualcuno questo stile dovrebbe mimare la complessità della vita (e in tal caso il risultato non sarebbe all’altezza dell’idea), mentre per altri sarebbe espressione di una tecnica “rizomatica”, priva cioè di una gerarchia interna degli argomenti e dei personaggi e con un intreccio privo di punti di entrata e uscita predefiniti.

Sarà… Io ho trovato questo libro assolutamente noioso, e non per la difficoltà di seguire la storia, visto che, al netto della deriva “rizomatica”, la narrazione di Salter procede in maniera sostanzialmente lineare, quanto piuttosto per la sua assoluta mancanza di pathos, di emozioni, di vita, con un protagonista che non mi ha suscitato alcun interesse umano e che rimane confinato alla bidimensionalità della pagina, privo com’è di profondità, di cuore, di anima.

Qualcuno ha visto in questo libro una sorta di memoir e, in Philip Bowman, una specie di alter ego dell’Autore. Anche se qualche punto di contatto fra il personaggio e lo scrittore c’è, spero che la lunga vita di Salter sia stata molto più piena di passione e di colori della storia che ci ha raccontato. Tuttavia, non si può escludere che sia io a non averci capito granché, visto che, a giudicare dai blurb sulla copertina e da molte delle recensioni che ho letto, Tutto quel che è la vita è una specie di capolavoro della letteratura contemporanea scritto dalla reincarnazione di Shakespeare. Sarà… (ed è la seconda volta che lo scrivo) Probabilmente è uno di quei libri a cui è applicabile la mia equazione del clic. Nello specifico comunque, per essere chiari, a me non è piaciuto.

E su questo non ho altro da dire.

 

 

Copertina#fallabreve: Sicuro che sia proprio tutto qua?
“Tutto quel che è la vita” di James Salter
Titolo originale: All That Is
Guanda, 2014 (2013)
Traduzione di Katia Bagnoli
pp. 349
€ 18,00 (eBook non disponibile)

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