Thomas non abita più qui – “La cresta dell’onda” di Thomas Pynchon

L’arcobaleno della gravità è un grande libro, ma in linea di massima Pynchon mi dà sui nervi e secondo me il modo in cui affronta diverse cose è abbastanza superficiale, a dirla tutta.
David Foster Wallace[1] [2]

 

Sinossi (sic!): New York, 2001, nel breve intervallo tra il crollo delle società dot-com e l’11 settembre. Maxine Tarnow, separata, due figli da crescere, ha una piccola agenzia di investigazioni a Manhattan, specializzata in frodi. Da quando le hanno tolto la licenza può permettersi di fare il mestiere come più le aggrada, girando con una Beretta, frequentando un mondo ai margini della legalità, dedicandosi a piccole operazioni di hackeraggio. Mentre indaga su una società specializzata in servizi di sicurezza informatici e sul suo direttore, uno stravagante miliardario che si è arricchito con la bolla speculativa di fine millennio, Maxine si imbatte in una serie di delitti, e in una realtà sotterranea fatta di spacciatori che viaggiano su barche a motore in stile art déco, nostalgici hitleriani, liberisti sfegatati, mafiosi russi, blogger, imprenditori. Un mondo che, come sempre nei romanzi di Pynchon, è tanto più vero e vicino a noi quanto più sembra solo il frutto della sua sfrenata e geniale fantasia.

Diciamo la verità: se il libro di cui stiamo parlando non fosse firmato dallo scrittore che grazie, o malgrado, la sua invisibilità è assurto a ossimorica icona del postmodernismo[3], probabilmente non ne staremmo parlando. Perché è un libro davvero modesto.
Qualcuno penserà: “Ma chi crede di essere questo qui? Parlare così di Pynchon!”. È proprio questo il punto: si sta parlando di Pynchon, cazzo! Di quello che ha scritto L’arcobaleno della gravità, mica L’alchimista! Mi spiace ma, in barba a glassatori editoriali, recensori cerchiobottisti, funamboli dell’aggettivo e stroncatori omeopatici, non sono disposto a riconoscere diritti acquisiti ad alcuno e sono sempre stato allergico a qualsiasi ipse dixit. Chi ha letto il vero[4] Pynchon non può, impunemente, essere trattato come un lettore medio[5] qualsiasi, soprattutto se a farlo è lo stesso Pynchon!
Partiamo dal titolo italiano. Approvato o meno che sia stato dall’Autore, non riesco a trovare alcun nesso plausibile che conduca da Bleeding Edge a La cresta dell’onda, e nessuna ragione accettabile per non lasciare il titolo originale. Anche avendo come riferimento editoriale il lettore che si è avvicinato a Pynchon solo grazie a Vizio di forma[6], e ipotizzando quindi una scarsa dimestichezza a compulsare enciclopedie (cartacee e virtuali) alla ricerca di riscontri alla messe di riferimenti con cui il Nostro dissemina le proprie narrazioni, basta arrivare a pagina 97 per trovare una definizione precisa del termine: “È quella che chiamano tecnologia bleeding edge […] Cioè ad alto rischio e senza dimostrata utilità, qualcosa che va a genio solo ai fanatici dell’utenza precoce”. Non era sufficiente?
Ma la modestia del libro, ovviamente, ha ben altre ragioni. Innanzitutto la sensazione che stavolta Pynchon sia in ritardo sul mondo che descrive. Non ne deriva quindi lo straniamento stupito che ha colto chiunque abbia frequentato la Zona, Peenemunde o La Valletta[7], ma solo uno stanco déjà vu reso ulteriormente stucchevole da una discreta, e sorprendente, grossolanità e approssimazione di fondo. A cominciare, ad esempio, dalla descrizione del deep web[8], del tutto fuori sincrono rispetto all’attualità. Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma la storia è ambientata nel 2001!”. Al che io risponderei che questa non è un’attenuante, e proprio perché stiamo parlando di Thomas Pynchon, cioè di uno che negli anni settanta ha descritto la Seconda Guerra Mondiale in un modo che sarà stupefacente anche fra un secolo. E DeepArcher, cosa dovrebbe o vorrebbe essere? Una versione di The Sims sotto acidi? Un cenotafio collettivo? Francamente interessa fino a un certo punto capirlo, perché i mondi virtuali creati per gli attuali videogiochi, uniti alle infinite possibilità di giocabilità online a livello planetario hanno, di fatto, superato di molto la realtà descritta da Pynchon, anche in termini di paranoia, angoscia e alienazione.
Per non parlare dell’11 settembre… Questo sarebbe “il vero romanzo sull’11 settembre”? Ma non scherziamo! Dal “padre” della paranoia letteraria e dalla “madre” di tutti i complotti, mi aspetto il colpo di genio, il ribaltamento della prospettiva, lo spiazzamento, non Giulietto Chiesa!
Ma le banalità non si fermano qui, purtroppo. Anche le considerazioni del Nostro su internet[9], sul capitalismo[10], sul mercato[11], sulla politica americana[12], sul fondamentalismo islamico[13], lasciano basiti per prevedibilità, scontatezza, fiacchezza inventiva. Ripeto: questo dovrebbe essere Pynchon, mica un biscotto della fortuna!
Cosa rimane allora? Gli effetti speciali di un abilissimo illusionista[14] che però, senza un’idea forte e l’energia vitale sufficiente, diventano fatua espressione di un virtuosismo tecnico solipsistico[15].
Il mio amato DFW, a proposito degli innovatori diceva che: “…dopo i pionieri vengono sempre i giramanovella”. Ecco, temo proprio che Pynchon sia diventato il giramanovella di se stesso.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: al di là del bello e del brutto
“La cresta dell’onda” di Thomas Pynchon
Einaudi 2014 (2013)
Traduzione di Massimo Bocchiola
pp. 567
€ 21,00


 

[1] Il VUC dichiara apertamente ai suoi venticinque lettori che sta attraversando una fase di vera e propria dipendenza da David Foster Wallace (di seguito DFW), come risulterà evidente dalla struttura di questo post.
[2] Di carne e di nulla, di DFW, Einaudi 2013, pag. 233.
[3] Su cosa sia il postmodernismo, mi permetto di citare la definizione di Bruce Handy: “Fondamentalmente, il postmodernismo è qualunque cosa vogliate che sia, solo che lo vogliate abbastanza”(Spy, aprile 1988), riportata ne: Il rap spiegato ai bianchi, di DFW e Mark Costello, Minimum Fax 2014, pag. 154, nota 3.
[4] Pur risultando evidente che qualsiasi mia affermazione su quale sia o meno il “vero” Pynchon possa sembrare opinabile, autoreferenziale e vagamente arrogante (e lo sia, in effetti), ritengo tuttavia che in tale definizione rientrino le seguenti opere del Nostro (fra parentesi la data di prima pubblicazione): i racconti della raccolta Entropia/Un lento apprendistato (1988, ma scritti a partire dai primi anni sessanta); V. (1963); L’incanto del lotto 49 (1966); L’arcobaleno della gravità, ritenuto unanimemente il suo capolavoro (1973); Vineland (1984); Mason & Dixon (1997) e Contro il giorno (2006). Io delle opere citate, ho letto le prime cinque.
[5] Intendendo con tale termine “una specie di sineddoche per ‘persone che leggono principalmente per distrarsi o divertirsi’”, come specificato in Di carne e di nulla, di DFW, Einaudi 2013, pag. 35, nota 12. Anche se qualcuno potrebbe affermare che “lettore medio” sia in realtà una falsa sineddoche o stereotipo (secondo la definizione dello stesso Wallace riportata a pag. 81 dell’opera citata nella nota [3]), mi sento di ribattere che essendo gli stereotipi “esempio dell’ignoranza o della pigrizia mentale di chi formula il concetto”, è del tutto impossibile che DFW ne abbia formulato uno. Se qualcuno di quei qualcuno continuasse pervicacemente a ritenere la sineddoche di cui sopra uno stereotipo, gli consiglierei di scegliersi un padrino per l’imminente duello all’arma bianca e all’ultimo sangue col sottoscritto.
[6] Lettore che pertanto non ha letto il “vero” Pynchon, come arbitrariamente definito alla nota [4].
[7] Riferimenti impossibili da capire il lettore definito alla nota [6].
[8] Anche in questo caso non si capisce la necessità di tradurlo con “web sommerso”. Sarà pure tecnicamente corretto, ma ormai anche gli adolescenti sanno cosa sia il deep web: il primo numero del giornale del liceo di mia figlia conteneva un articolo sull’argomento dal titolo: “Cos’è il deep web?”.
[9] “Lo sai da dove esce, questo vostro paradiso online? È iniziato ai tempi della Guerra Fredda, quando i think tank erano pieni di geni che ideavano scenari atomici […] e la vostra Rete l’hanno inventata loro. […] E non c’è innocenza. In nessun posto. Non c’è mai stata. […] Chiamala libertà, ma è fondata sul controllo. Tutti connessi insieme. […] Fai il passo seguente, connettilo ai telefoni cellulari, e avrai un Web completo di sorveglianza cui non ti potrà sfuggire.” (pag. 501)
[10] “il tardo capitalismo stesso è un racket piramidale su scala globale, il tipo di piramide in cima alla quale si fanno sacrifici umani, portando nel frattempo i boccaloni a credere che tutto durerà in eterno.” (pag. 195)
[11] “Perché, non è una religione? […] Contro ogni evidenza che il mondo è limitato, questa fede cieca che le risorse non si esauriranno mai, che i profitti cresceranno in eterno, come peraltro la popolazione mondiale: più manodopera a basso costo, più consumatori drogati.” (pag. 402)
[12] “non è più necessario essere responsabili per il futuro […] Come se già sapessero cosa succederà. Questo… avvenimento. Lo sanno, e non faranno niente.” (pag. 340)
[13] “Lo hanno visto come siamo diventati. Molli, mosci. Indulgenti con noi stessi. Ci hanno classificato come un bersaglio facile e hanno avuto ragione.” (pag. 432)
[14] Compresi, naturalmente, centinaia di nomi fra personaggi e riferimenti pop che per essere compresi appieno necessitano al lettore un certosino e ponderoso (nonché vagamente paranoide) lavoro di ricerca e catalogazione, come quello che ho fatto qui. Devo confessare che la preparazione della guida alla lettura è stata davvero divertentissima.
[15] Un po’ come questa frase, in effetti.

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 04/02/2015)

 

 

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