“Per le strade della Vergine” di Guido Ceronetti

Questo è il mio libro incompiuto, l’unico di cui non rivedrò le bozze […]. Ci saranno ancora dei libri e dei lettori, ma non so quale funzione avranno. Un libro inutile come questo, nessuna.

È così che lo stesso Ceronetti definisce questo zibaldone, un libro “destinato ad essere postumo”1 e invece pubblicato per motivi purtroppo legati alla precarietà economica che costringe l’Autore ad usufruire dei benefici della legge Bacchelli. In realtà, in barba alla citazione in esergo, altrove Ceronetti confessa che questo diario in frantumi, pur coprendo un arco temporale di soli dieci anni (dal 1988 al 1998) ne ha richiesti più di trenta “di saltuaria stesura” per la revisione dei materiali, a dimostrazione che quel giudizio sugli ipotetici e futuri lettori e sul valore del libro forse altro non era che una civettuola captatio benevolentiae.

In un incedere rapsodico il narrare procede da spunti i più vari: cronaca, appunti per libri in scrittura o da scrivere, incontri con donne e amici, lettura di iscrizioni funerarie o di scritte sui muri, occultismo, sogni, medicine alternative (verso le quali sembra nutrire una inspiegabile fiducia). E inframmezzate al racconto puro e semplice della vita quotidiana, troviamo all’improvviso citazioni coltissime e giudizi lapidari, talvolta spietati (quello su Moravia è definitivo: “mancava di genio, di stile, di pensiero, di pudore, di simpatia umana, era anche brutto”), talaltra spiazzanti (come quando definisce Leopardi un poeta che “ha cessato di fare luce. […] un illuminista, dunque non illuminato”, considerandolo inferiore al Manzoni “in fatto di stile, di modernità dello stile”). Tutta l’opera è percorsa da un profondo pessimismo sul futuro dell’umanità, nei cui confronti Ceronetti nutre una assoluta sfiducia, apparendogli “segnata dal nulla” già nei ragazzi che vede uscire da un liceo: “scatole vuote in movimento”, appena giustificati dal fatto che “con quel che li aspetta, il nulla endocranico è la migliore difesa”.

Da un’opera del genere non è ovviamente il caso di attendersi organicità di pensiero o particolare profondità di analisi, anzi talvolta l’amore per la frase apodittica e fulminante espone l’Autore al rischio della contraddittorietà. È quanto accade, ad esempio, quando parla del suo rapporto con le donne. Da un lato confessa che gli “manca infinitamente l’amore, in verità, soltanto l’amore mi manca”, dall’altro si abbandona, più volte, a lampi di livida misoginia, come quando scrive: “il terrore di rinascere in un corpo di donna è giustificato, è una punizione karmica severa…”. E non mancano enunciati discutibili, come quelli sull’immigrazione che, pur conchiusi nell’esercizio della provocazione intellettuale, non meraviglia che negli anni gli abbiano procurato da più parti l’accusa di razzismo. D’altronde per chi è convinto che il Logos s’incarni “non per salvare, ma per conoscere”, la sola idea di politically correct è, prima ancora che assurda, blasfema.

Anche con la religione Ceronetti, coltissimo traduttore dell’Ecclesiaste, del Libro di Giobbe e di altri testi dell’Antico Testamento, sembra avere un rapporto ambivalente. Se infatti definisce l’ateismo “una forma di pigrizia” essendo “stupidamente facile sbarazzarsi di Dio”, altrove è particolarmente caustico nei confronti delle “tre religioni abramiche” dalle quali, scrive, non è venuto alcun bene reale, ma “soltanto lacrime lacrime lacrime e sangue…” e che ritiene dovrebbero essere abbandonate per “passare a un pensiero più alto”, anche se non dice quale esso possa o debba essere.

Un’ultima contraddizione, ma che fa più tenerezza, è quella che emerge fra l’erudito che si rivolge sprezzante al Dio Padre chiedendogli: “ma liberaci dal male. Che è la vita. Amen”, e l’uomo afflitto dalle fragilità della vecchiaia, che invece sembra attaccatissimo alla sua, di vita, ossessionato com’è dalla propria corporalità, da ogni minimo segnale anomalo provenga dalle sue viscere (si perde il conto degli specialisti consultati per venire a capo di una intrattabile – e probabilmente psicosomatica – tachicardia), fino a rasentare la scatologia nello spudorato inventario di blocchi vescicali, esplorazioni rettali e “angosce defecatorie”.

D’altronde non è un caso se anche Cioran, in una lettera del 1983, all’inizio di quella che poi sarebbe diventata una vera e profonda amicizia, definì Ceronetti un uomo dalle “tentazioni contraddittorie” con un “debole evidente per il marciume” ma che “in compenso è sollecitato in pari misura da ciò che vi è di puro nella saggezza visionaria o disperata dell’Antico Testamento”, un uomo di cui si ama “la confessione delle sue sconfitte […] pieno di imperfezioni, di manie e di humour”, un uomo “ferito, allo stesso modo […] di tutti coloro cui fu negato il dono dell’illusione”2.

In sintesi una lettura con dei tratti di grande bellezza e che mi sento di consigliare a chi concordi con il grande romeno quando dice: “non bisogna mai fuggire un misantropo”.

E su questo non ho altro da dire.

 

#fallabreve: L’ala del turbine intelligente (cit.)

 

Per le strade della Vergine di Guido Ceronetti
Adelphi, 2016
pp. 278
€ 20,00 (eBook € 10,99)
La mia valutazione su Goodreads:

 

 

1 «Guido Ceronetti: “Da Buddha alle marionette, vi svelo le mie mille vite”», di Anna Benedettini; La Repubblica, 3 agosto 2016.
2 E.M.Cioran: Esercizi di ammirazione. Adelphi 1988, pp.199-205.

 

Fonti iconografiche: 
Al centro dell’immagine Guido Ceronetti in un disegno di Tullio Pericoli (da www.tulliopericoli.com) e a destra in una fotografia di Giorgio Gori (da www.culturaeculture.it). L’autore è a disposizione degli eventuali aventi diritto per indicare le fonti iconografiche che non è stato possibile individuare ovvero per rimuovere le immagini.

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