“Sono il fratello di XX” di Fleur Jaeggy


Sinossi
(dalle note di copertina): A un certo punto di questi racconti si parla di una “calma violenta” – e subito si riconosce il timbro e il passo di una scrittrice per cui l’ossimoro è come l’aria che respira, quasi un segno di riconoscimento, fin dal titolo del suo romanzo più famoso, I beati anni del castigo. Del quale Iosif Brodskij scrisse: “Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’autrice, il resto della vita”. Non diverso l’effetto di queste storie, talvolta di una brevità lancinante, talvolta dense come un romanzo. Mescolando all’estro fantastico frammenti di ricordi e apparizioni, amalgamati in uno stile dove domina quello che gli etologi chiamano Übersprung, “diversione”: quello scarto laterale, apparentemente fuori contesto, che è un segreto ancora insondato del comportamento. E, come si mostra qui, della letteratura.

 

Sono esistenze dolenti, sospese, esangui, quelle di cui si parla in questa raccolta di racconti, caratterizzata da una cupezza elegante e raffinata, ma non per questo meno angosciante. Dalle atmosfere quasi monocromatiche, in cui i colori sono quelli della palude, dell’autunno, delle foglie marce, della fanghiglia. Una raccolta in cui, accanto a racconti di pura invenzione, i cui toni variano dal realistico al visionario, con sconfinamenti nel surreale e nel grottesco, troviamo spunti autobiografici.

È innegabile che i temi principali dell’opera esplorino il lato oscuro del vivere: la Fratello XXmalinconia, la disperazione, il disagio mentale, la morte. Si parla di e con i morti in molti racconti, quando non sono gli stessi morti a parlare. E non è un caso se nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il protagonista, alla domanda della nonna che, quando aveva otto anni, gli aveva chiesto cosa volesse fare da grande, risponde: “da grande voglio morire. Voglio morire presto”. Ma accanto a questi, a mio avviso ve n’è un altro altrettanto importante: quello legato alla funzione, all’importanza e alla ineludibile ambiguità della parola all’interno dei rapporti umani. Ed è interessante che a interrogarsi su questo tema sia un’autrice come la Jaeggy, data la sua scrittura così attenta e misurata, che sembra costruita apposta per ridurre al minimo i fraintendimenti, smorzare i riverberi emotivi, distillare l’essenziale. L’Autrice sembra volerci ammonire continuamente a non sopravvalutare il valore delle parole, a tener conto del fatto che il loro significato non è lo stesso per chi le pronuncia e per chi le ascolta, non potendo prescindere dal compromesso dell’approssimazione, dal filtro dell’interpretazione, dal pericolo del fraintendimento. La Jaeggy, tuttavia, pare metterci di fronte a un’aporia, visto che, se non vogliamo trovarci nella stessa condizione dei due fratelli di Tropici (“con mia sorella non ho mai chiacchierato a lungo, non so chi sia”), alle parole dobbiamo comunque “dare credito. Bisogna almeno fingere che somiglino abbastanza al loro significato. Al loro losco significato”. Consapevoli, però, della loro intrinseca fallacia (“non mi piace la gente che sa. O mostra di sapere. Il sapere non sa. Ma questo pochi lo capiscono”, Sono il fratello di XX), e attenti a non fare come chi “parla sempre troppo. Aggiunge. Invece di togliere” (Agnes). Anche nel togliere, tuttavia, occorre cautela, se non si vuole incorrere in oscene sineddochi, come accade a F.K. sul cui foglio di riconoscimento è riportato solo il nome della sua malattia mentale (F.K.). Comunque, prima o poi le parole, per quanto poche, sono di troppo, inutili, offensive. È quanto pensa Basia, che infatti usa i “suoi occhi fermi” per dire ad Anja, appena uscita dalla sua visita ad Auschwitz: “se vuoi saperne di più, allora va’ e diventa tu stessa […] la vittima” (Nomi).

Jaeggy pericoli
Fleur Jaeggy in un ritratto di Tullio Pericoli

La Jaeggy non ci chiede un surplus di sensibilità per uscire da questa impasse, anzi guarda con sospetto alle persone sensibili a cui, in realtà, “non importa niente degli altri. Le persone sensibili, o tanto sensibili da essere dichiarate sensibili, come se fosse una gran qualità, sono insensibili ai dolori degli altri” (Sono il fratello di XX). Ci chiede solo attenzione e prudenza, per non fare come quelli “che esprimono soltanto giudizi” e che, ad esempio, potrebbero definire “vuota” la vita di Regula, quando in realtà “non sanno cosa sia il vuoto. E credono che una vita vuota sia spregevole. Niente affatto. Regula apprezza il vuoto, in tutte le sue nuances” (Il gentiluomo e il ramarro). E la limitatezza comunicativa delle parole è sottolineata anche ne Il velo di pizzo nero, dove una figlia scopre che la madre, ormai morta, “era depressa. Depressa in modo definitivo. […] era in definitiva una donna disperata – o quasi disperata”, solo guardando una vecchia fotografia, in una sorta di rivelazione meta-verbale che le procura “un soprassalto, un sussulto d’amore verso sua madre che le ha forse sempre nascosto di essere terribilmente infelice e si è lasciata scoprire da una fotografia”. Insomma, alla fine sembra che siamo tutti più o meno nella situazione del pesce descritto in Un incontro nel Bronx: “lui sa che deve morire. Lui sa che non avrà più niente dalla vita. E osserva i clienti del ristorante. Per un momento penso che il suo destino non è diverso dal mio. Osserviamo tutti e due”. Muoviamo le labbra, “come fa anche lui. E addio”.

La Jaeggy non teme di confrontarsi con le pulsioni più plumbee dell’animo umano, quelle dominate dalla cattiveria, dalla malvagità, dalla violenza: sembra, anzi, che la sua scrittura indossi i panni più severi e algidi proprio a contatto con quei recessi torbidi, perversi e inconfessabili. Come ne L’erede, dove troviamo Hannelore che, ad appena dieci anni, assiste imperturbabile alla morte della sua benefattrice in un incendio, solo perché di fronte a quelle fiamme “si stava divertendo. Per la prima volta nella sua miserabile esistenza. […] Voleva la distruzione di quella donna che le faceva del bene. Distruggere per gloria dannata. Non vuole soldi. Distruggere. Dovrebbe forse rispondere a un ridicolo perché?”.

Una lettura impegnativa e a tratti disturbante, questa de Sono il fratello di XX, il cui narrare procede per scatti brevissimi, quasi come una stop-motion, con un passaggio continuo dalla prima alla terza persona, anche nello stesso racconto, quasi a voler disorientare il lettore, destabilizzarlo, spiazzarlo. Uno stile che davvero, come recitano le note di copertina, somiglia a quello del gatto che, nel racconto omonimo, poco prima di sferrare il colpo mortale alla sua preda, all’improvviso si distrae: “non sappiamo perché accada che il gatto volga lo sguardo altrove. Lui lo sa. Chissà forse è delectatio morosa, questo Übersprung”. E forse anche la scrittura della Jaeggy è una forma particolare di delectatio morosa, che si sofferma con voluttà composta sull’angoscia del vivere, intrappolando il lettore in un vortice irresistibile ed elegantissimo, in una specie di incubo a occhi aperti, dove il mondo è d’improvviso illuminato da un sole nero.

E su questo non ho altro da dire.

 

#fallabreve: Un incubo a occhi aperti.
“Sono il fratello di XX” di Fleur Jaeggy
Adelphi, 2014
pp. 129
€ 15,00 (eBook € 7,99)

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