Non si uccidono così anche i cavalli? – “Gelo” di Maurizio de Giovanni

Sinossi (dalle note di copertina): Un giovane ricercatore di grande talento e sua sorella, una ragazza tanto bella da togliere il fiato, vengono assassinati nel loro misero appartamento. Qualcuno ha interrotto le loro vite un attimo prima che trovassero il riscatto, ma non sembra esserci movente. Lojacono e Di Nardo sono impegnati in una corsa contro il tempo. Gigi Palma, il commissario, è stato chiaro: risolvere il caso, e in fretta, non significa solo assicurare un assassino alla giustizia, ma anche salvare il commissariato di Pizzofalcone, che qualcuno desidera chiudere per lavare una macchia del passato. Avranno l’aiuto di tutti i colleghi: Romano, Aragona, Calabrese e Pisanelli. Ognuno con le proprie paure, ognuno con le proprie ferite, ognuno grato quando uno sprazzo di calore sembra allentare per un momento la morsa del freddo.

Come sanno i miei affezionatissimi quarantadue lettori, sono un estimatore di de Giovanni, o almeno lo sono stato (ne ho scritto qui). Perciò ho iniziato a leggere Gelo con le migliori intenzioni e con discrete aspettative. E in effetti all’inizio mi è sembrato il solito bel libro. A un certo punto, però, sono stato colto da una spossatezza crescente, quasi da una nausea, di cui alla fine ho compreso il motivo: stavo leggendo un libro identico ad altri dieci libri, tutti scritti da de Giovanni. Solo un’intelligenza limitata come la mia poteva metterci otto anni per accorgersene ma, una volta elaborata l’ipotesi sperimentale, le conferme sono arrivate copiose.
Quando ha iniziato a pubblicare con Fandango, probabilmente de Giovanni era unoDe Giovanni Gelo scrittore di mezza età che aveva avuto una buona idea (il commissario Ricciardi) ed era riuscito a svilupparla con un certo talento. Mi viene da pensare, ma non ho elementi a sostegno di questa idea, che esaurita la serie dedicata alle stagioni con Il giorno dei morti del 2010, il ciclo fosse destinato a concludersi. Se non che il successo arriso al personaggio, probabilmente inaspettato, oltre a determinare il passaggio del Nostro alla Einaudi, deve aver provocato anche la sua trasformazione da “Scrittore Semplice” a “Progetto Editoriale”, un progetto che, così impostato, può durare all’infinito. Ma la cosa non finisce qui, perché il Nostro, evidentemente non pago (maledetta hýbris…!), nel 2012 inaugura per i tipi di Mondadori la serie dei Bastardi di Pizzofalcone, vero e proprio spin-off di Ricciardi, visto che ne replica fin nel dettaglio gli stilemi, compreso un clone in sedicesimo del commissario veggente, nei panni del tenebroso Lojacono.
Anche ad un’analisi superficiale, infatti, risulta evidente che la struttura di Gelo e di tutti i capitoli dei Bastardi, al netto di una impostazione più corale e della mancanza dell’elemento occulto, sia identica a quella della serie madre. Una struttura che ritengo abbia più di qualche debito con le soap opera, cui l’accomuna il fatto che “non giunge ad una conclusione narrativa” e “necessita di una lavorazione tipicamente industriale”[1], mutatis mutandis, ovviamente. Nei libri di de Giovanni il caso poliziesco è poco più di un pretesto (perché anche lui per scrivere un nuovo libro ha bisogno almeno di un pretesto), ma in realtà il lettore, come accade nelle soap opera, è molto più interessato al dipanarsi delle vicende personali dei protagonisti, si chiamino Ricciardi o Lojacono, Maione o Pisanelli, Enrica o Letizia, personaggi rispetto ai quali l’Autore, con innegabile talento, ha saputo creare affezione e aspettativa. Consapevole di questo, de Giovanni se con una mano risolve il caso poliziesco con una certa rapidità, con l’altra, proprio come accade nelle soap opera, sviluppa i garbugli privati dei nostri eroi in maniera pressoché impercettibile, non mancando anzi di introdurre imprevisti e sempre nuove complicazioni non appena sembra che stia per arrivare la svolta tanto attesa. Esattamente come accade nelle soap opera.
Qualcuno potrebbe obiettare che altri scrittori hanno pubblicato serie molto più lunghe, come ad esempio il mio amato Simenon, che su Maigret ha scritto settantacinque romanzi (e alcuni indubitabilmente per motivi alimentari e con il pilota automatico). Ma sta proprio qui il punto: il problema non è la serialità in sé, ma la serialità stile soap opera. Le inchieste di Maigret si sviluppano in poco più di un centinaio di pagine e sono concentrate sul caso, non sulla vita privata dei personaggi. Cosa sappiamo di Maigret? Che è sposato con quella santa donna della signora Maigret, abita a Boulevard Richard Lenoir, fuma la pipa, ama la birra, il calvados, il vino bianco e la buona cucina. Basta. Non viene quasi mai neanche chiamato per nome. Non troveremo mai questioni lasciate aperte da un libro all’altro: le inchieste di Maigret sono autoconclusive, non necessitano di pagine e pagine in cui riassumere a beneficio del neofita la vita e le ambasce dei singoli personaggi. E la stessa cosa vale per tanti altri autori del giallo deduttivo classico: Agatha Christie e Colin Dexter solo per citarne due.
Per de Giovanni, esponente fra i più talentuosi di quelli che potremmo definire “allungatori di minestre”, il discorso è completamente diverso, e basta analizzare la sua vita editoriale per capirlo. Considerando infatti le due serie, fra il 2012 e il 2014 lo scrittore partenopeo ha pubblicato due libri all’anno (senza contare le comparsate in raccolte collettive di racconti), e in quello ancora in corso sono già usciti un Ricciardi e Il resto della settimana. E stiamo parlando di tomi piuttosto ponderosi, in media di oltre trecento pagine[2]. Evidentemente siamo di fronte all’ennesimo Mozart della narrativa, che scrive i libri direttamente in bella, dote che invidio molto visto che io, per buttare giù un post tipo questo, ci metto un sacco di tempo: ma si sa che non brillo per sagacia, visto che ho dovuto leggere undici suoi romanzi prima di capire che era sempre lo stesso libro.
Auguro a de Giovanni un futuro di prosperità e successo. Per quanto mi riguarda non saprò mai se Lojacono riuscirà finalmente a trombarsi la Piras o se invece sarà ricoverato per un embolo di testosterone partito all’ennesima erezione abortita, né se Ricciardi si deciderà una buona volta fra Enrica e Livia, cosa che comunque difficilmente accadrà prima del settantaquattresimo libro della serie, per il quale suggerisco il titolo: Residenza Sanitaria Assistenziale: un catetere vescicale per il commissario Ricciardi.
Sono però sicuro che sia io che de Giovanni sopravvivremo alla cosa.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Addio mia bella Napoli, addio, addio. Addio mia bella Napoli, mai più, mai più ti scorderò.
“Gelo” di Maurizio de Giovanni
Einaudi, 2014
pp. 321
€ 19,00 (eBook € 9,99)

[1] Citazioni tratte dalla voce Wikipedia sulla Soap Opera, consultabile a questo indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Soap_opera

[2] Per la precisione 326 pagine. Per assurdo, se il mio amato Simenon, peraltro noto per l’inconsueta prolificità, avesse tenuto questi ritmi avrebbe pubblicato almeno cinque Maigret all’anno, per un totale di oltre duecento nel periodo di attività editoriale del commissario (dal 1930 al 1972).

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