L’invidia del mio migliore amico – “Shotgun Lovesongs” di Nickolas Butler

Sinossi (dalle note di copertina): Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme a Little Wing, una cittadina rurale del Wisconsin. Amici fin dall'infanzia, hanno poi preso strade diverse. Henry è rimasto nella fattoria di famiglia e ha sposato il suo primo amore, mentre gli altri se ne sono andati in cerca di qualcosa di più. Ronnie è diventato una star del rodeo, Kip ha fatto fortuna in città, e il musicista Lee ha trovato la fama ma ha avuto il cuore spezzato. Ora tutti e quattro sono tornati in paese per un matrimonio. Ma vecchie rivalità si insinuano nel clima di festa e nella felicità del ritrovarsi, e il segreto di una moglie minaccia di distruggere sia un matrimonio che un’amicizia. Struggente e profondo, Shotgun Lovesongs è un vibrante inno alle cose che contano davvero nella vita, l’amore e la lealtà, il potere della musica e la bellezza della natura.

 

Non[1] è facile immaginare il Wisconsin per chi, come me, è assuefatto all’affollato orizzonte metropolitano e alla sua spesso immotivata frenesia. Perciò mi sono documentato. È grande poco più di metà dell’Italia e ha una densità abitativa più bassa della regione italiana a più bassa densità[2]. È un posto dove davvero non esistono le mezze stagioni, con un autunno e una primavera strizzati fra un inverno lungo, freddo e nevoso e un’estate altrettanto lunga, ma calda e piovosa. Insomma, città a parte (la più grande delle quali è la mitica Milwaukee[3]), non dev’essere un posto che facilita la socializzazione.
In questo scenario, che forse è quello a cui pensano gli americani quando parlano di middle of nowhere, sta l’immaginaria cittadina di Little Wing. Qui sono cresciuti Kip, Ronny, Lee, Henry e Beth e qui si ritrovano tutti e cinque quando Kip, che ha fatto fortuna nel mondo della finanza, torna in città per celebrare, con ostentata fastosità, il suo matrimonio con Felicia. Ronnie era un atleta da rodeo professionista prima che il suo alcolismo e le conseguenze di una brutta caduta, ne compromettessero la carriera e le capacità intellettive, costringendolo a restare a Little Wing. Lee ha sfondato nella musica e vi torna periodicamente quando ha bisogno di ricaricare le batterie (“Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Quando non ho niente, torno qui.”). Gli unici che hanno scelto di vivere a Little Wing sono Henry e Beth, che si sono sposati e hanno messo su famiglia.
Con una polifonia di voci, che gli consente di utilizzare spesso scene doppie, Butler costruisce una storia che sostanzialmente ci parla dell’ambiguità che connota i rapporti umani e dell’ambivalenza sottesa ai concetti di “verità” e “sincerità”: bellissimi in astratto, ma spesso devastanti quando vengano praticati, e lo fa con uno stile asciutto ed essenziale. È una storia in cui mi pare di poter riconoscere due centri di gravità: uno fisico ed uno emotivo. Il primo è ovviamente rappresentato da Little Wing. Il secondo da Beth, protagonista assoluta del romanzo assieme a Lee e ad Henry. Lee è da sempre innamorato di Beth, che gli ha anche ispirato il disco che lo ha portato al successo, Shotgun Lovesongs (“Quelle canzoni d’amore. Le ho scritte tutte per Beth”). Henry è l’uomo che ha scelto come compagno di vita.
L’intreccio, che per buona parte del libro ruota attorno al matrimonio di Kip e Felicia e poi a quello fra Lee e Chloe, subisce un’improvvisa e drammatica accelerazione quando, in preda agli effetti dell’alcol e dell’erba, Lee confessa a Henry qualcosa che non avrebbe mai dovuto confessare. Perché lo fa? È questa, ritengo, la domanda su cui si fonda tutta la storia, ed è una domanda a cui, intelligentemente, Butler non dà risposte certe, lasciando che sia il lettore a farlo. Secondo me dietro questo gesto inutile, infantile per certi versi, e così gratuitamente “cattivo”, c’è la semplice, banale, meschina invidia di Lee nei confronti di Henry, colpevole di aver sposato Beth. La sbronza e il fumo non sono attenuanti: sono il palcoscenico che gli consente di allestire uno spettacolo che aveva in testa da anni. È lui stesso a confessarcelo: “La vita dei Brown sembra così facile. Sono anni che sono invidioso di Henry”. Nella sua egotista visione del mondo, Lee pensa che quella “facilità” sia qualcosa che si ottiene gratuitamente, senza impegno. E di certo fantastica che con lui Beth avrebbe potuto avere ben altra ed entusiasmante vita. Non ha neanche lontanamente idea di quanta “tristezza a bassa intensità” e quanta fatica ci siano in una vita come quella di Henry e Beth, una vita in cui l’andamento di un raccolto può ancora fare la differenza fra la serenità e l’angoscia. Le conseguenze del suo gesto non gli interessano più di tanto, perché è quel tipo di persona per cui Fitzgerald scrisse: “erano gente sbadata […], sfracellavano cose e persone […] e lasciavano che altri mettesse a posto il pasticcio che avevano fatto.”
Per Henry, ovviamente, la confessione di Lee è una “frattura tettonica improvvisa”: “niente ha più senso. La gravità non esiste più. L’amore non esiste più.” La sua fiducia nell’amicizia, è distrutta: “perché quando si tratta di uomini e di donne, di sesso, forse non puoi fidarti di nessuno”.
Ed è qui che viene fuori la “normale” grandezza di Beth, che ha accettato il fatto di essere “come la maggior parte delle persone al mondo, vale a dire senza talento” e si è accorta che spiare di tanto in tanto nelle vite degli altri, anche di chi apparentemente ha avuto “successo”, ha il potere di trasformare la sua vita “in una cosa piena d’amore”. Dopo l’assurdo gesto di Lee[4], Beth capisce, con quella prescienza ancestrale e quasi stregonesca che solo le donne hanno, che per recuperare il suo rapporto con Henry può fare solo una cosa: aspettarlo, lasciare che faccia i conti con la sua immotivata, ma non per questo meno devastante, gelosia retroattiva. Così da poter dirgli, alla fine, “‘Ti conosco meglio di quanto ti conosci tu’. E penso che il senso del matrimonio sia tutto qui.”
Un bell’esordio, insomma, pur con alcune sbavature[5] che però non inficiano il giudizio complessivo: assolutamente positivo.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Le parole sono pietre. A volte fanno anche più male.
“Shotgun Lovesongs” di Nickolas Butler
Marsilio Editori, 2014 (2014)
Traduzione di Claudia Durastanti
pp. 317
€ 18,00

 

 

 

 

 


[1] Il VUC, prima che lo faccia qualche maestrina o maestrino dalla penna rossa, ci tiene a precisare che il titolo del post è copiato da un film di Barry Levinson del 2004 con Ben Stiller e Jack Black.
[2] Densità abitativa media (numero di abitanti per chilometro quadrato): Italia, 201.73; Valle d’Aosta, 39.32; Wisconsin, 33.52.
[3] Se qualcuno fra i miei venticinque lettori non sapesse per quale motivo il VUC considera mitica Milwaukee, si consiglia di seguire un blogger meno anziano. Comunque, per qualsiasi dubbio: citofonare Howard e Marion Cunningham.
[4] Che, se non si fosse ancora capito, mi sta veramente sul cazzo con la sua anemica sensibilità da esistenzialista “gne-gne-gne”. Se fossi Justin Vernon, a cui pare si sia ispirato Butler per la figura di Lee, citerei lo scrittore per danni. Se fossi Henry avrei fatto un uso non convenzionale delle uova sottaceto (chi ha letto il libro sa di cosa parlo).
[5] Legate, ci risiamo, all’uso sgangherato delle metafore che, oltre ad essere del tutto estranee rispetto al tono complessivo della scrittura, sono davvero malriuscite: pomeriggi “croccanti”, lune “quasi incinta”, cieli “color sorbetto”, esplosioni nucleari “benigne”, giornate “zuppose” che neanche Banderas…

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 03/04/2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

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