“Il bar delle grandi speranze” di J.R. Moehringer

Sinossi (dalle note di copertina): Figlio unico di madre single, J.R. cresce ascoltando alla radio la voce del padre, un dj di New York che ha preso il volo prima che lui dicesse la sua prima parola. Poi anche quella voce scompare. Sarà il bar di quartiere, con l’umanità varia che lo popola, a crescerlo e farne un uomo. Appassionata e malinconicamente divertente, una grande storia di formazione e riscatto, di turbolento amore tra una madre e il suo unico figlio, ma anche l’avvincente racconto della lotta di un ragazzo per diventare uomo e un indimenticabile ritratto di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti.

Manhasset, Long Island, è “un sobborgo di ottomila abitanti a una trentina di chilometri a sud-est di Manhattan” famoso “per due cose: il lacrosse e gli alcolici”. La sua via principale è Plandome Road: una serie infinita di bar in meno di un chilometro, “il sogno di qualunque bevitore”. Per la gente di Manhasset, tuttavia, c’è un bar che è diverso da tutti gli altri. È il Dickens di Steve che, nel corso degli anni è prima diventato “il Bar” e poi “il Posto”.

Anche per J.R. il Dickens è speciale, e da molto prima che possa diventarne cliente, quando, in una “calda sera d’estate del 1972”, a sette anni, vede “nove uomini in divisa arancione da softball”. Chiede alla madre chi siano e lei risponde: “gente del Dickens […]. Vedi tuo zio Charlie? E il suo capo, Steve?”. Per il ragazzo questo episodio, all’apparenza insignificante, rappresenta “l’inizio di molte cose, ma soprattutto del tempo” e quel bar diventa “uno dei due principi organizzativi” della sua vita.

J.R. abita con la madre Dorothy (il secondo principio organizzativo della sua vita) a “centoquarantadue passi” dal Dickens, nella “decrepita casa in stile Cape Cod” del nonno, detta anche “il Cesso”. Oltre a loro, “sotto quell’unico tetto cadente” vivono anche “la nonna, i due fratelli adulti della mamma – zio Charlie e zia Ruth – e le cinque figlie e l’unico figlio maschio della zia”. Una convivenza non sempre piacevole, ma obbligata, visto che il padre di J.R., un “noto disc-jockey” radiofonico era scomparso quando lui aveva sette mesi, negando qualsiasi aiuto economico alla famiglia. Anche se tutti, per proteggerlo, fanno finta che non esista, il ragazzo prova a inventarsi un padre virtuale cercandone la voce alla radio, dove spesso “senza preavviso cambiava orario o stazione”, confermando che il suo principale talento consisteva nello “sparire”.

J.R. impara, però, che non sempre è bello avere un padre. Sua madre, ad esempio, odia il suo: un “vero spilorcio, e non solo col denaro”, che aveva centellinato anche l’amore e ignorato non solo la moglie, ma anche i figli “senza dar loro né attenzione né affetto” impedendo per di più a lei e alla sorella di “frequentare il college”. Dorothy è convinta che “più dell’indifferenza, era stato quello il colpo che aveva modificato la traiettoria” della sua vita.

Fra madre e figlio si sviluppa così un rapporto intenso e profondo, ma anche pieno di silenzi e di equivoci: “non dici mai quello che provi” dice Dorothy a J.R., che le risponde: “nemmeno tu”. Due esistenze traballanti che cercano disperatamente un centro di gravità l’uno nell’altra, tentando di essere all’altezza di aspettative irrealistiche, col risultato di generare enormi sensi di colpa, soprattutto nel ragazzo. Per J.R., infatti, “i veri uomini si prendono cura delle loro madri” e per questo è pronto a nasconderle i propri problemi pur di proteggerla, arrivando a scambiare per proprie le legittime aspirazioni di riscatto di Dorothy, e a prefiggersi l’impossibile compito di “eliminare tutti gli errori” dalle loro vite: “secondo la mia visione in bianco e nero del mondo, non bastava che facessi del mio meglio. Dovevo essere perfetto”.

Nel tentativo di fuggire dalla vita claustrofobica nella casa del nonno, Dorothy e J.R. si trasferiscono in Arizona, al seguito della zia Ruth. Quando questa, all’improvviso, decide di rientrare a Manhasset, rimangono bloccati in mezzo a quel deserto, senza possibilità di tornare, dacché avevano venduto tutto. Alla fine della scuola, Dorothy decide di mandare J.R. a Manhasset per le vacanze estive: “nessuno dei due avrebbe mai immaginato che mi stava mandando a fare il campo estivo al Dickens”. In quella estate, infatti, la stessa in cui Steve decide di ristrutturare il Dickens e di ribattezzarlo Publicans, grazie allo zio Charlie e ai suoi amici, J.R. entra in un mondo divertente e spensierato, in cui può respirare più liberamente, e dove impara da quegli uomini un sacco di cose che rientravano “nella vasta categoria della fiducia in se stessi”. Lascio al lettore il piacere di scoprire cosa accadrà nei successivi trent’anni di vita di J.R. Moehringer, perché quello che sembra un romanzo, altro non è che l’autobiografia dell’autore.

Immmagini Manhasset

La prima parte del libro (che va dai sette anni di J.R. fino al suo ingresso a Yale) è sicuramente la più “dickensiana” e picaresca, mentre la seconda è quella in cui l’Autore descrive la sua discesa nell’abisso dell’alcolismo e la successiva palingenesi. In mezzo ci sono personaggi indimenticabili (su tutti lo zio Charlie e i due librai Billy e Bud), episodi esilaranti (come quello di Lana, del Dorso di Cammello e del preservativo), incontri emotivamente devastanti (Sidney) e qualche disavventura professionale. In questo percorso, tuttavia, è la morte di Steve a rappresentare un vero e proprio spartiacque per J.R.: “sentivo continuamente l’eco della sua voce che chiedeva: ci stiamo nascondendo dalla vita, o stiamo corteggiando la morte? E qual è la differenza?”. L’alcol improvvisamente cessa di essere il passaporto per entrare nel mondo degli uomini e diventa una maschera per rappresentare identità fittizie e divertenti solo in apparenza: proprio come i soprannomi che Steve affibbiava agli avventori del suo bar. Gli uomini del Publicans non sono più modelli da imitare, ma “persone che avevano smesso di lottare”, e il bar si trasforma “da rifugio a prigione, come spesso succede ai rifugi”. Quando, poi, vede un vecchio filmino di lui bambino con la madre, capisce che la ricerca continua di un modello maschile che sostituisse il padre, che fosse per lui un punto di riferimento, un mentore, un eroe, era stata non solo infruttuosa, ma del tutto inutile: “non ho fatto che cercare e desiderare il segreto per essere un brav’uomo, mentre non dovevo far altro che seguire l’esempio di un’ottima donna”.

Un libro didascalico? Il giusto. Moralistico? Quanto basta. Ma non si tratta di difetti, visto che il libro è di per sé un lieto fine, impossibile da scrivere se Moehringer non avesse prima sconfitto la sua dipendenza dall’alcol. Sincero? Direi di sì, almeno per quanto possa esserlo un’autobiografia. Insomma una bella storia, scritta bene. D’altra parte, quando si riesce a rendere “leggibile” la vita di uno che ha passato gran parte del suo tempo a prendere a racchettate una pallina da tennis, un certo talento bisogna pur averlo!

E su questo non ho altro da dire.

 

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“Il bar delle grandi speranze” di J.R. Moehringer
Titolo originale: The Tender Bar
Piemme, 2007 (2005)
Traduzione di Annalisa Carena
pp. 486
€ 10,90 (eBook € 6,99)

 

 

 

 

 

 

Fonti fotografiche: La Edison’s Ale House a Manhasset (da eastofnyc.com); la baia di Manhasset (da Wikipedia); una veduta di Manhasset (da Wikipedia); J.R. Moehringer (foto di Leonardo Cendamo; da cultura.elpais.com); la Community Reformed Church di Manhasset a Plandome Road.

 

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