“Gli ultimi giorni di Immanuel Kant” di Thomas de Quincey

Sinossi (dalle note di copertina): La vita di Immanuel Kant, scrive De Quincey, “fu notevole non tanto per i suoi avvenimenti quanto per la purezza e la dignità filosofica del suo tenore quotidiano”. Era un ordine perfetto e infantile, dove ogni minuzia della giornata veniva osservata con lo stesso rigore, con lo stesso scrupolo di trasparenza che il grande filosofo dedicò ai problemi epistemologici. Nel corpo minuto di Kant, nelle sue maniere austere e amabili vivevano i Lumi, giunti al grado più nobile e penetrante del loro fulgore, come in un delicato involucro. E un giorno quel perfetto ordine avvertì i primi segni del declino. Da allora, ingaggiò una lunga, testarda lotta contro le forze della disgregazione. Thomas de Quincey, collazionando le varie testimonianze di amici sull’ultimo periodo della vita di Kant, e utilizzando soprattutto quella, insieme modesta e rapace, di Wasianski, ne ha tratto una narrazione che corrisponde agli antichi tratti del “sublime”. Dinanzi al progressivo decadere di quella vita mirabilmente costruita, dinanzi alla raccapricciante comicità di certe scene e allo strazio immedicabile di altre, viene naturale dire di questo testo, in cui convivono, come rare volte accade, la più acuminata modernità e un purissimo pathos: chi ha lagrime per piangere pianga.

Basandosi prevalentemente sulle memorie di Ehregott Andreas Cristoph Wasianski (“per lo più è Wasianski che parla”), amanuense negli ultimi anni di vita di Kant, ma anche sulle “testimonianze collaterali di Jachmann, Rink, Borowski e altri”, de Quincey, attraverso un accorto utilizzo delle note al testo (che gli consente di giocare a rimpiattino sia con la voce narrante che con il lettore), costruisce un raffinatissimo omaggio a Immanuel Kant, pur se per il tramite della descrizione delle fragilità e del decadimento che ne accompagnarono gli ultimi anni di vita.

quincey
Thomas de Quincey

Accanto alla descrizione di abitudini e aneddoti che confermano la leggendaria metodicità del filosofo di Königsberg, de Quincey fa emergere la figura di un uomo generoso, cordiale, che amava la compagnia e la convivialità (alle sue condizioni, ovviamente) e che, a un certo punto, è costretto a fare i conti con l’inarrestabile dissoluzione del suo bene più prezioso: l’intelletto. Contro questa demenza progressiva, Kant ingaggia una battaglia strenua e composta a un tempo, aiutato dalle cure amorevoli di Wasianski. Il primo segno delle “infermità della vecchiaia” colpisce i ricordi: “il passato si ergeva con la nettezza e la vivezza dell’esistenza immediata, mentre il presente si dileguava nell’oscurità di una distanza infinita”. Poi il “declino mentale” inizia ad evidenziarsi con “una certa debolezza delle teorie che ora cominciava a proporre”. E fa un certo effetto a chi ne studiò il pensiero sui manuali di filosofia, sentire Kant dire ai suoi amici: “Signori, sono vecchio, debole e puerile, e dovete trattarmi come un bambino”, anche se tiene a precisare di non temere la morte: “vi assicuro, come al cospetto di Dio, che se questa notte stessa, all’improvviso, mi giungesse la sentenza di morte, la ascolterei con calma, alzerei le mani al cielo e direi: che Iddio sia benedetto!”.

Kant
Immanuel Kant

Progressivamente, quella “maestosa intelligenza” che aveva rivoluzionato la filosofia occidentale, entra in una nebbia sempre più fitta, perdendo “ogni nozione precisa del tempo”, finché “questa generale decadenza delle facoltà […] attive e passive, portò con sé un graduale rivolgimento delle sue abitudini”. Pur concentrandosi sui segni del deterioramento fisico e psicologico di Kant, tuttavia, de Quincey non indulge in morbosi voyeurismi, tutt’altro. La figura del filosofo fino alla fine mantiene un estremo decoro, in un percorso di sofferta ma stoica accettazione della fine che, a un certo punto, viene quasi anelata: “non posso più servire al mondo, […] e sono un peso a me stesso”. Negli ultimi giorni di vita, passa ormai le giornate “sprofondato nella sua poltrona come una massa informe, sordo, cieco, torpido, immobile”, riconoscendo “raramente chi gli era intorno”, offrendo agli occhi di chi lo aveva conosciuto nel pieno delle sue facoltà un’immagine in stridente contrasto “con quel Kant che un tempo era stato il brillante centro delle compagnie più brillanti per rango, spirito o dottrina che la Prussia offrisse!”. Non è più Kant, “ma l’involucro di Kant!”, anche se “ancora, a tratti, ardevano fugaci bagliori fra le braci di ciò che era stato il suo magnifico intelletto”.

Il giorno prima di morire il vecchio filosofo, che “non poteva parlare”, fa segno a Wasianski di baciarlo, un “gesto solenne di tenerezza” con cui “intendeva esprimere la sua gratitudine per la nostra lunga amicizia e significarmi il suo estremo addio” e significare che anche per le “più severe nature […] la necessità ultima […] è la necessità dell’amore”. Alle undici di domenica 12 febbraio 1804, poche ore dopo aver pronunciato le sue ultime “possenti e simboliche parole” (“È abbastanza”), Kant muore.

Un libro piccolo e prezioso. Non so se, come recitano le note di copertina, la narrazione di de Quincey corrisponda “agli antichi tratti del «sublime»”: di certo non se siamo lontani.

E su questo non ho altro da dire.

 

 

De Quincey_Copertina#fallabreve: Critica della ragion perduta.
“Gli ultimi giorni di Immanuel Kant” di Thomas de Quincey
Titolo originale: The Last Days of Immanuel Kant
Adelphi, 1983 (1854)
A cura di Fleur Jaeggy
pp. 114
€ 8,00 (eBook non disponibile)

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