C’era una volta lo “Zecchino d’Oro”… – “La ballata di Jonny Valentine” – di Teddy Wayne

Ci sono diversi strumenti per dominare il mondo. L’uso delle armi è uno di questi. Si tratta di uno strumento rapido ma molto dispendioso e soprattutto non molto efficace se l’obiettivo è quello di un controllo duraturo e “pacifico” del territorio. Lo capirono prima di tutti i romani che, infatti, dopo la spada utilizzarono la propria lingua per costituire una comunità sociale e politica che fosse inclusiva delle nuove conquiste.
Anche per gli epigoni di legionari e centurioni, e mi riferisco ovviamente agli americani, la diffusione planetaria dell’inglese ha rappresentato un potentissimo strumento di egemonia non solo politica ed economica, ma anche scientifica e culturale. Col modello imperiale americano, tuttavia, abbiamo assistito a un vero e proprio salto di qualità degli strumenti di dominio rispetto a qualsiasi altro precedente storico, almeno a partire dal secondo dopoguerra a oggi. Perché zio Sam non si è limitato ad esportare un modello di società e di pensiero: ha standardizzato i valori, gli ideali, i desideri e financo i sogni di quella parte di mondo chiamata occidente, qualsiasi cosa si intenda con questo termine.
Direte voi: che c’entra tutto questo col libro di Teddy Wayne? Secondo me c’entra parecchio. Perché se Ben Fountain nel suo splendido È il tuo giorno, Billy Lynn! ha gettato uno sguardo impietoso sui valori che stanno dietro l’esportazione (forzata e non richiesta) della democrazia, Wayne con La ballata di Jonny Valentine si concentra proprio sul modello di esportazione di quei valori. Meno efferato nei modi ma non meno devastante negli effetti.
Leggendo la storia di Jonny, più che a Justin Bieber (o a Miley Cyrus, o a qualunque altro enfant prodige sfornato dallo show business d’oltreoceano negli ultimi sessant’anni da Shirley Temple in poi), a me è venuto da pensare a tutti quei mentecatti che, in nome di un quarto d’ora di celebrità, si fanno sbranare dagli osceni meccanismi dei talent/reality show o a quei bambini mostruosi (e ai loro ancor più mostruosi genitori) che infestano il palinsesto televisivo con agghiaccianti performance canore, culinarie o di altro tipo.
Perché tutti loro vorrebbero diventare esattamente quello che è Jonny Valentine, e a qualsiasi costo.
Il romanzo di Wayne vede l’undicenne Jonny (voce narrante del libro) impegnato nel tour che lo porterà al Madison Square Garden. Si tratta di un concerto molto importante per il suo futuro, visto che le vendite del nuovo album non sono all’altezza delle aspettative della casa discografica che lo ha scoperto grazie ai filmati postati su YouTube dalla madre (“Se ce la facevamo… poteva essere una svolta decisiva nella percezione del marchio”).
Nel mondo che gravita intorno al bambino i contorni fra bene e male, amici e nemici (o anche semplici opportunisti), normalità e follia sono indefiniti, se non inesistenti, e Jonny non possiede alcun filtro per leggere e decrittare la realtà, se non quello che può mutuare dall’universo malato che lo circonda.
Per lui la vita è fatta di insegnanti private, di guardie del corpo, di vocal coach, di ansiolitici da rubare alla madre per dormire meglio, di viaggi in tour bus, di conversioni dei cibi in calorie e quindi in minuti di cardio-fitness per non prendere peso (la prima cosa che deve fare salendo sul bus è pesarsi), di flirt inventati dagli uffici stampa con coetanee molto più ciniche di lui (quando prova a chiedere a Lisa Pinto se andrebbe “davvero” a prendere un gelato con lui, lei risponde: “preferisco tenere separata la vita professionale da quella sociale”), di interviste a cui rispondere “in modalità Auto-Tune” con “frasi che suonano bene ma che non hanno nessuna sostanza” (e magari infilando ogni tanto “Dio nei discorsi” perché “anche Dio è un elemento di marketing”).
Insomma siamo in presenza di tutte le principali ossessioni tipiche dell’incubo (più che del sogno) americano: il cibo (e il peso), l’apparire, il business, la religione.
Se a questo aggiungete una madre (Jane) che da anonima dipendente di un supermercato di provincia diventa una manager che controlla maniacalmente ogni momento della sua giornata (arriva addirittura a ordinare per lui al ristorante) e un padre (Albert) che improvvisamente, dopo averlo abbandonato anni prima, cerca di mettersi in contatto con lui, avrete un’idea dell’inferno e del deserto emotivo in cui vive Jonny.
Il bambino cerca di barcamenarsi alla meno peggio in questa follia, trovando appena può rifugio in un videogioco, Il mondo segreto di Zenon, dove almeno conosce sia l’obiettivo finale che il nemico, insomma dove sa cosa bisogna fare.
L’unica voce sincera fra i tanti parassiti che lo circondano, forse perché il suo futuro non dipende da Jonny, sembra quella di Nadine, la sua insegnante. È la sola che cerca di fargli decidere della sua vita autonomamente senza “considerare nessuno. Neanche la tua mamma”, che cerca di farlo riflettere (il tema che gli assegna per la fine dell’anno scolastico è: “Cosa significa essere di proprietà di un’altra persona, e cosa significa essere liberi?”).
Fra disavventure, incidenti e altre amenità (fra cui l’attesa spasmodica di una pubertà che dia finalmente un senso agli ormoni in subbuglio del nostro eroe), arriviamo al concerto del Madison Square Garden, al termine del quale si svolge la scena culminante e più drammatica del romanzo. In un colpo solo assistiamo allo scontro finale fra i due genitori (“Stavano litigando per me e allo stesso tempo mi avevano completamente dimenticato”) e al definitivo rito di passaggio all’età adulta di Jonny che, come aveva poco prima fatto nel videogioco, supera l’ultimo livello anche nella vita, in una specie di metaforico gioco di specchi. Questo da un lato significa essere diventato invincibile (“Non potevo più subire alcun danno”), ma al prezzo di non avere più un posto dove tornare. Perché Jonny, in un’epifania dello spirito tanto improvvisa quanto irrevocabile, capisce che per sopravvivere potrà contare solo su se stesso e che dovrà abbandonare per sempre anche la semplice nostalgia per l’infanzia che gli è stata rubata. E capisce anche che per non essere uno dei tanti talenti “masticati e consumati” non gli basterà più diventare il nuovo Tyler Beats: dovrà diventare il nuovo Michael Jackson!
Si tratta di un buon libro? Direi di sì anche se non del tutto riuscito. E il motivo sta proprio nell’aver scelto come voce narrante quella di Jonny, una voce che (come recita la seconda di copertina) “mescola l’ingenuità dell’infanzia al più brutale gergo del marketing mediatico” ma che in alcuni punti mi è sembrata davvero troppo ambigua.
E se talvolta potremmo pensare alla semplice scimmiottatura di qualche frase orecchiata dietro le quinte (“catturare l’ascoltatore entro i primi sette secondi è più importante che mai”), in altri casi le analisi che fa Jonny sono un po’ troppo consapevoli per essere convincenti, pur considerando la sua condizione assolutamente singolare. Anche perché in teoria quelli che leggiamo sono i suoi pensieri reali e non un compitino imparato a memoria per fare colpo sulla stampa.
Non riesco a decidere se questa ambiguità sia una precisa scelta narrativa o se invece sia legata ai limiti di Wayne nella descrizione di quelle che dovrebbero essere le traiettorie mentali ed emotive di un undicenne, speciale finchè si vuole, ma pur sempre undicenne.
E così non nego di aver avvertito una nota stonata sentendo Jonny parlare delle tecniche di promozione di un disco (“È meglio avere un album con una produzione scarna ma un budget sostanzioso per il marketing piuttosto che un produttore di prim’ordine e risorse marketing limitate.”); dei suoi fan (“pensano di amarmi. Ma si può amare davvero solo qualcuno che ti ricambia. Loro invece amano l’idea di me.”); del talento (“A volte penso che il punto non sia tanto il mio talento, ma la totale mancanza di talento di tutti gli altri abitanti del mondo.”); o infine nelle sue digressioni sul concetto di “normalità” (“Andiamo a vedere che dietro le quinte sei anche tu una persona normale, ma più vogliamo vederti che ti comporti normalmente in privato, più devi nasconderti e dare in pasto al pubblico qualche contentino fasullo, perché se davvero ti vedessimo dietro le quinte non sembreresti normale per niente”, oppure “le popstar come me devono stimolare di più l’immedesimazione e portare all’estremo la propria normalità, che però non è una normalità ordinaria, è tipo una super normalità”).
Aver scelto come unico punto di vista quello di Jonny, inoltre, ha come effetto collaterale quello di rendere monodimensionali tutti gli altri personaggi (madre compresa), costringendo l’autore a chiarire alcuni elementi chiave della storia in maniera forse un po’ troppo frettolosa.
Chiudo con due citazioni. La prima è quella che definisce Twitter “un posto per sfigati che vogliono far finta di essere famosi e di dilettanti che si autopromuovono perché non hanno una struttura di PR, dove i grandi si comportano come adolescenti che si passano i bigliettini e il QI di chiunque si abbassa di una trentina di punti”. Lascio a voi qualsiasi commento.
La seconda è invece sui blogger: “Se davvero fossero creativi… sarebbero i blog a parlare di loro”. Ecco: quest’ultima frase mi consente di dire a tutti (compresi gli scrittori che eventualmente se la fossero presa a male per le mie recensioni), che sono assolutamente consapevole che parlare di libri (bene o più spesso male, nel mio caso) è (in genere) molto più facile che scriverli e (in genere) richiede molto meno talento. Non posso dire se questo valga per tutti i blogger. Di sicuro vale per me.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: Diario di una fanciullezza negata.
“La ballata di Jonny Valentine” di Teddy Wayne
Minimum Fax 2014 (2013)
Traduzione di Chiara Baffa
pp. 402
€ 17,00

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 29/07/2014)

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