Anticlimax #01: per astra ad aspera


“Abbecedario di un pianista” di Alfred Brendel

Gli appassionati di musica classica lo conoscono come uno dei massimi pianisti del ventesimo secolo, famoso soprattutto per le sue rigorose interpretazioni di Beethoven e di Schubert. Ma accanto all’attività concertistica e in sala di incisione, Alfred Brendel ha negli anni coltivato un vero e proprio “secondo mestiere”: la letteratura. Ha così scritto saggi sulla musica e ha curato anche la pubblicazione di una selezione dei diari di Friedrich Hebbel (“Giudizio Universale con pause”, Adelphi Edizioni – 2013).
In questo piccolo gioiello, l’ottuagenario maestro ci regala un “distillato” delle sue opinioni relative alla musica e ai musicisti e lo fa con uno stile che punta a dire le cose “semplicemente, ma senza semplificarle in modo indebito”.
Per gli “amanti del pianoforte”, a cui è destinato questo “libro di lettura”, è una vera gioia essere accompagnati in questo breve compendio che senza mirare alla completezza, come peraltro dichiara Brendel nella prefazione, predilige “l’aforisma e il frammento” per toccare gli argomenti più vari dalla A alla Z.
Si tratta spesso di brevi note (sic!) che lasciano stupefatti per il nitore stilistico e soprattutto per la sensazione tangibile che Brendel sia giunto a questa sintesi cristallina solo attraverso decenni di studio, di riflessione e di confronto con il Gotha della musica classica mondiale del secolo scorso.
“Abbecedario di un pianista” è una gemma che andrebbe letta appena possibile da chi si cimenta con lo studio del pianoforte. Quando ci parla di accenti, arpeggi, bilanciamento, carattere, e di tutti i molteplici aspetti che attengono alla “interpretazione” di un brano musicale, il maestro ci illustra senza pedanteria alcuna quanto la ricerca dell’esecuzione “perfetta” sia fatta di molte più cose che non semplicemente del suonare senza errori una partitura. La sua passione e la sua esperienza squarciano davanti ai nostri occhi rapiti il velo che sta sopra il mistero dell’interpretazione, scoprendo quali e quanti dettagli debbano essere tenuti sotto controllo dall’esecutore.
E allora, forse, il novizio affronterà con più energia le difficoltà legate allo studio del solfeggio, delle scale o degli esercizi di tecnica, scogli di fronte ai quali molti (e fra questi il Vostro Umilissimo Critico) abbandonano la via maestra per coltivare altre strade meno ardue e più dilettevoli nell’immediato. Perché fra le righe il messaggio di Brendel è chiaro e semplice: il talento è nulla senza la disciplina.
Ma si sa: “impariamo le lezioni della vita solo quando non ci servono più” (Oscar Wilde).

#fallabreve: 88 tasti, perlopiù bianchi, in parte neri.
“Abbecedario di un pianista” di Alfred Brendel
Adelphi edizioni – 2014 (2012)
Traduzione di Clelia Parvopassu
pp. 156
€ 12,00


“I fratelli Rico” di Georges Simenon

Premetto che ho un debole per Simenon, che ritengo uno scrittore immenso. Sarà stato l’imprinting del Maigret in bianco e nero interpretato da Gino Cervi, fatto sta che per lui nutro un’ammirazione sconfinata e ho letto praticamente tutto quello che è stato pubblicato in questi anni da Adelphi, “Memorie intime” a parte (mi interessano le opere degli autori, non le loro vite).
Con questo non voglio dire che tutta la sua produzione sia ugualmente riuscita o memorabile. Eppure il suo enorme talento narrativo riesce a rendere godibili anche i romanzi meno azzeccati. E anche se ritengo che il meglio di sé lo dia quando ambienta le sue storie nella provincia francese, sono sempre incuriosito dalle storie più “esotiche”, che a mio avviso rappresentano per Simenon dei veri e propri esercizi di stile con cui vuole dimostrarci la sua capacità di raccontare qualunque storia.
È questo il caso de “I fratelli Rico”, scritto e ambientato in America, e che racconta la storia di tre fratelli, cresciuti nelle strade di Brooklyn e arruolati dall’“organizzazione” con ruoli diversi in base ai diversi talenti. Così Tony, il minore, viene utilizzato come autista, Gino fa il killer mentre il più grande, Eddie, diventa un piccolo boss in Florida. Quando Tony si rende colpevole di uno “sgarro”, Eddie viene incaricato dai boss di trovarlo per sistemare le cose.
Anche quando parla di America, lo sguardo di Simenon è quello di sempre, morbido, fluido, senza strappi. Più che alla costruzione di una trama “spettacolare” o alla ricerca del colpo ad effetto, la narrazione si concentra sulla descrizione di atmosfere e stati d’animo, spesso in un gioco di specchi fra questi e quelle, con una tensione crescente che avvolge il lettore in una spirale di ineluttabile fatalità, fino all’epilogo che, pur non lasciando dubbi, non viene descritto o mostrato, quanto piuttosto suggerito, evocato.
Insomma un buon libro, nel più puro stile Simenon.

#fallabreve: Dai parenti mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io.
“I fratelli Rico” di Georges Simenon
Adelphi Edizioni – 2014 (1952)
Traduzione di Marina Di Leo
pp. 172
€ 18,00


“Andorra” di Peter Cameron

Per Peter Cameron vale quanto detto nel post dedicato a “La nostra gang” circa la schizofrenia che colpisce il destino editoriale di alcuni autori. Lo scrittore statunitense salì alla ribalta letteraria nazionale nel 2006 con “Quella sera dorata” e il successo, invero meritato, tributato a quest’opera portò alla pubblicazione non solo dei lavori successivi (“Un giorno questo dolore ti sarà utile” e “Coral Glynn”), ma anche di quelli precedenti. Questa politica editoriale, pur comprensibile, espone tuttavia a qualche rischio. Il principale consiste nella non remota possibilità di deludere i lettori con opere immature se non del tutto scadenti.
È quanto accade con “Andorra”, romanzo scritto da Cameron nel 1997 e da poco pubblicato per i tipi di Adelphi.
La storia è quella di Alexander Fox, un torbido americano dal passato misterioso, che abbandona gli Stati Uniti per provare a cominciare una nuova vita a La Plata, capitale immaginaria dello stato di Andorra. Qui farà conoscenza con una serie di improbabili personaggi e, a seguito di una altrettanto improbabile concatenazione di eventi, sarà costretto a una ancora più improbabile fuga di cui non vi svelo l’ovviamente improbabile finale.
Confesso che ho grandi difficoltà a trovare argomenti per parlare di un libro che potrei definire con un solo aggettivo: anodino. Talmente anodino e irrilevante da non suscitarmi neanche quel minimo di interesse a criticarne i difetti: fatica sprecata.
Peccato perché a me “Quella sera dorata” era piaciuto parecchio.

#fallabreve: Fuggi da Andorra, non per Andorra, ma per gli andorrani.
“Andorra” di Peter Cameron
Adelphi Edizioni – 2014 (1997)
Traduzione di Giuseppina Oneto
pp. 236
€ 18,00


“Il libro segreto delle cose sacre” di Torsten Krol

Il libro di cui sto per parlare, a chiusura dell’anticlimax, fa parte di quelle opere che, dopo averle finite, pongono al lettore alcune angosciose domande.
Perché qualcuno ha voluto scrivere un libro così?
Perché qualcun altro l’ha pubblicato?
Perché l’ho comprato?
E, soprattutto: perché l‘ho letto?
Rispondere alle prime due domande esula dalle mie competenze e possibilità, così proverò a dare una risposta alle ultime due.
L’ho comprato perché dello stesso autore avevo letto “Callisto” (ISBN edizioni – 2007) che mi era piaciuto molto e “Gli uomini delfino” (ISBN edizioni – 2009il libro ) che invece non mi aveva convinto affatto. Tuttavia avendo scoperto che quest’ultimo lavoro era in realtà precedente a “Callisto” (del 2006, a proposito di “schizofrenia editoriale”!), ho ritenuto che potesse risentire di qualche peccato di gioventù. Così, quando mi sono trovato tra le mani “Il libro segreto delle cose sacre” del 2012 (sempre di ISBN edizioni), ho deciso di dare ancora una chance allo scrittore.
L’ho letto perché il mio approccio alla lettura è kantiano. Per me finire un libro è un imperativo categorico e ho derogato a questa regola solo un paio di volte (una era per “Vedi alla voce: amore” di David Grossman, l’altra non ricordo). Lo so: sono paranoico, ma tant’è…
La storia è questa. A seguito di una carambola astronomica con un enorme asteroide, non solo la luna ha cambiato la propria orbita avvicinandosi spaventosamente alla Terra, ma la vita stessa sul pianeta è quasi completamente scomparsa. Miracolosamente sopravvissute in una valle, alcune donne, discendenti di sorella Winona (sic!), hanno istituito il culto di Selene. È un culto riservato solo alle donne, mentre agli uomini del vicino villaggio sono delegati i lavori di fatica. Fra le sorelle di Selene c’è la Scriba Aurora (Rory), voce narrante dell’opera, che ha il compito di scrivere all’infinito il nome di Selene su dei libri per scongiurare la caduta della luna sulla Terra. L’arrivo di Willa al seguito dei “mercanti del mare” (unico altro agglomerato umano superstite) e un nuovo assetto planetario, porteranno violenti sconvolgimenti nella vita della comunità e del villaggio, in un crescendo di follia e di turpitudine.
Il problema del libro non è la discreta quantità di “sospensione dell’incredulità” necessaria per leggerlo, quanto l’assoluta pochezza della scrittura, la mancanza di una linea narrativa precisa che lo rende amorfo, confuso, informe.
Si potrebbe fare un lungo elenco di cosa “non è” questo libro. Non ha la coerenza e la forza stilistica per essere una metafora dell’assurdità dei culti e delle regole inventate e imposte dai loro fondatori. Ma non è neanche un romanzo di iniziazione o di formazione. Non è neppure un romanzo post-apocalittico sulla scia de “La strada” del sommo McCarthy. Eppure ha l’ambizione di essere tutto questo, cosa che rappresenta un ulteriore motivo di irritazione per il lettore.
Che dire poi della protagonista del libro, Rory la Scriba? Se Krol voleva costruire un personaggio memorabile ha centrato l’obiettivo: gretta, arrogante, cattiva, egoista, intelligente come un chihuahua lobotomizzato, simpatica come una fistola perianale durante un attacco di dissenteria, insomma un bel tipetto.
Le note di copertina ci informano che nessuno ha mai visto Torsten Krol, che comunica solo via mail e che forse abita nell’outback australiano.
Ecco, signor Krol, elimini anche le mail e cominci a scrivere ad libitum sul suo personalissimo libro sacro questa frase: “Non pubblicherò mai più un libro”.
Cordiali saluti.
E su questo non ho altro da aggiungere.

#fallabreve: Era meglio continuare a tenerlo segreto, ‘sto libro.
“Il libro segreto delle cose sacre” di Torsten Krol
ISBN Edizioni – 2012
Traduzione di Enrico Monti
pp. 381
€ 16,90

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 01/04/2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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