American p(a)stcards

Dopo due recensioni (più che) positive, ahimè il Vostro Umilissimo Critico (per il futuro VUC) torna a vestire i panni di #Stronkman® per parlare di tre libri americani del 1948 che, oltre a non essermi piaciuti per nulla, presentano alcuni elementi che sembrano legarli l’uno all’altro in un dolente e piuttosto noioso gioco ad incastro.


“La falena” di James M. Cain

Confesso che prima di imbattermi in questo libro, non avevo mai sentito parlare di James M. Cain, mentre conoscevo bene alcuni film tratti (a mia insaputa) da alcune sue opere. Cito per tutti “Il postino suona sempre due volte” di Bob Rafelson, dopo il quale una intera generazione di adolescenti non riuscì più a guardare il tavolo della cucina senza sognare Jessica Lange. Ma la lista di registi che ha attinto ai libri di Cain è lunga ed annovera nomi del calibro di Luchino Visconti, Michael Curtiz e del sommo Billy Wilder.
Pare che al Nostro questo successo per interposta persona e l’essere etichettato come scrittore di noir, polizieschi e hard boiled, andasse un po’ stretto. Così a un certo punto decise di provare a fare il salto di qualità dando alle stampe nel 1948 un’opera che per stile, complessità e trama rientrava a pieno titolo nel Bildungsroman (addirittura!), autoconvincendosi, per soprammercato, che si trattava del suo capolavoro: stiamo parlando appunto de La falena.
Premesso che non avrò modo di verificare se altre opere di Cain sono migliori di questa (lo spero proprio, non sarebbe così difficile peraltro), prima di parlare del libro ritengo doverosa almeno una considerazione. L’opera è stata pubblicata per la prima volta in Italia da Bompiani nel 1951 e questa edizione di ISBN Edizioni si è limitata a una “revisione e aggiornamento” della primigenia traduzione di Giovanni Fletzer. Non so dire se una nuova traduzione avrebbe potuto dare più vivacità al romanzo (probabilmente no), ma di certo ripubblicare un testo a distanza di oltre sessant’anni forse uno sforzo in tal senso l’avrebbe meritato.
Detto questo, La falena si è rivelato un libro noioso come pochi, scritto con uno stile macchinoso e rigido, con una scarsissima attenzione all’equilibrio d’insieme del testo. Infatti mentre alcune parti vengono liquidate in poche e frettolose pagine (ad esempio quella sulla guerra), altre rasentano la pignoleria più pedante (come quella sui pozzi di petrolio. Per inciso: se non sapere la differenza fra “ingolfamento” e “imballamento” di una trivella è stato per anni il vostro cruccio esistenziale, questo è il vostro libro. Basta andare a pagina 243). Per non parlare poi del finale: un vero e proprio coup de théâtre del tutto estraneo al tono complessivo dell’opera.
Se ancora non bastasse, La falena presenta un ultimo e inemendabile difetto: l’assoluto distacco dell’autore nei confronti della storia. Le vicende di John “Jack” Dillon ci vengono infatti propinate come una stucchevole sequenza di avvenimenti in cui Cain si limita a fare il cronista, senza che mai un minimo di passione e di empatia giunga a dare un po’ di vita a una galleria di personaggi piatti e monodimensionali, verso i quali il lettore (o almeno io) non può che provare fastidio, o al più indifferenza.
E se Jack Dillon non stava simpatico neanche a Cain, perché dovrebbe stare simpatico a me?

#fallabreve: compendio sulle tecniche di estrazione del petrolio ed altre noiose ed inutili amenità.
“La falena” di James Mallahan Cain
ISBN edizioni 2014 (1948)
Traduzione di Giovanni Fletzer
pp. 358
€ 19,90


“Altre voci altre stanze” di Truman Capote

Esordio letterario del Nostro, è accomunato al precedente dal fatto di essere ancora pubblicato con una traduzione che, definire datata, è poco. E qui forse, a differenza del libro di Cain, una bella rinfrescata potrebbe dare nuova vita e vigore al testo, per quanto, a mio modestissimo avviso, siamo lontanissimi dal livello di A sangue freddo.
In quest’opera, un Capote poco più che ventenne sembra voler programmaticamente stupire la platea di lettori dimostrando la sua capacità tecnica di raccontare la storia di Joel Harrison Knox utilizzando registri i più disparati: dal grottesco, all’onirico, al picaresco, al simbolista. Mentre è impegnato in questo gioco di prestigio, però, perde di vista l’efficacia narrativa indulgendo più del dovuto in brani nebulosi e visionari, quasi allucinati, in cui i confini fra realtà e sogno sono spesso indefiniti, ai limiti dell’intelligibilità. Il mondo narrato da Capote è popolato da personaggi strampalati e bislacchi, invaso da una natura lussureggiante eppure malata, marcia, putrescente (mi verrebbe da associarla ai fiori appassiti in un cimitero). Insomma, come se Tim Burton avesse tratto un film da Le avventure di Huckleberry Finn.
Evidenti i richiami autobiografici anche se Capote sembra nascondersi più che nel tredicenne protagonista e nella sua fame di amore (“Come, come si può chiedere qualcosa di indefinito, di così senza senso come: Dio, fa che sia amato?”), nell’ambigua saggezza dello strampalato cugino Randoph, che sembra il vero depositario della Weltanschauung dell’autore quando dice: “Narciso non era un egotista… era soltanto uno di noi che, nel nostro infrangibile isolamento, riconobbe, nel vedere la propria immagine, l’unico bel compagno, il solo inseparabile amore…”; oppure “la giovinezza è difficilmente umana, non può esserlo perché i giovani non pensano mai che dovranno morire… soprattutto non pensano mai che la morte viene, molto spesso, in altre forme che non sono quella naturale”; o infine “che cos’è in genere, la vita, se non una serie di episodi incompleti?”.
Insomma a me Altre voci altre stanze non è piaciuto. E che questo giudizio sia stabile e definitivo lo testimonia il fatto che quando sono andato a riporlo in libreria mi sono accorto che ne avevo un’altra copia e che l’avevo già letto otto anni fa. Questo, oltre al fatto che sto rimbambendo, dimostra che è un libro che non mi ha lasciato nulla, neanche il più vago e pallido ricordo.

#fallabreve: Huck Finn. Però in versione gotica, strafatto di acidi e gay.
“Altre voci altre stanze” di Truman Capote
Garzanti 2000 (1948)
Traduzione di Bruno Tasso
pp. 166
€ 9,50


“Nulla, solo la notte” di John Williams

L’elemento che lega quest’opera alla precedente, sta nel fatto che anche qui siamo alle prese con un’opera prima, scritta da Williams durante il servizio militare tra India e Birmania fra il 1942 e il 1945 e pubblicata nel 1948.
Inutile girarci intorno. Si tratta di un tentativo molto acerbo e poco riuscito. La storia, che a Williamstratti appare forzata, è narrata con un tono di fondo poco spontaneo e assolutamente non coinvolgente. Il protagonista, affetto da un enorme e irrisolto complesso edipico, che a tratti lo porta addirittura a scimmiottare Proust, non suscita alcuna simpatia, anzi irrita per il suo essere, alla fine, un bamboccio fragile e viziato che può fare la bella vita grazie ai soldi del padre che però disprezza.
Leggendolo, nulla farebbe pensare che, a distanza di tempo, Williams sarebbe diventato quel sublime scrittore capace di narrare con stile asciutto e cristallina essenzialità le vicende del professor Stoner e (secondo me con risultati uguali se non addirittura migliori) dei cowboy di Butcher’s Crossing.
Insomma un’operazione commerciale che ha tentato, non so con quanto successo, di sfruttare la Stoner-mania pubblicando per la prima volta in italiano (e quindi senza neanche le attenuanti di una traduzione datata) un’opera assolutamente dimenticabile.
E su questo non ho altro da dire.

#fallabreve: nessuno nasce imparato. Nemmeno Williams.
“Nulla, solo la notte” di John Williams
Fazi Editore 2014 (1948)
Traduzione di Stefano Tummolini
pp. 138
€ 13,50

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 20/06/2014)

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