Ahimè, ho letto un libro di Aimee (Bender)! – “Un segno invisibile e mio” di Aimee Bender

I suggerimenti fra lettori possono allargare i nostri orizzonti, ma sono sempre un rischio. Per essere affidabili è infatti necessario saggiare se esista una certa corrispondenza in termini di gusti letterari, saggio che richiede la lettura di almeno un’opera “al buio”.
Non aver mai sentito parlare dell’autore consigliato aumenta il rischio. Ma che volete: a parte il fatto che, ovviamente, non posso conoscere tutti gli autori del globo terracqueo, sono sempre curioso di fronte alla possibilità di fare nuove conoscenze letterarie e, magari, di scoprire un autore da approfondire.
Se non fosse così, d’altronde, la mia carriera di lettore si sarebbe esaurita da tempo e non avrei fatto alcuni incontri clamorosi, buon ultimo John E. Williams, letto ben prima che si scatenasse la meritatissima Stonermania (o almeno che ne venissi a conoscenza).
Un blind date che proprio non ha funzionato è quello con Aimee Bender, di cui mi aveva parlato un’amica su Twitter.
La storia è quella di Mona Gray, una ventenne che dall’età di dieci anni, da quando cioè il padre si è ammalato (di cosa? non si saprà mai), rende la sua vita un enorme rito apotropaico, rinunciando a tutto quello che le piace o le riesce meglio: suonare il piano, danzare, mangiare dolci, innamorarsi, andare al cinema, correre nella squadra di atletica. Le uniche cose che non riesce a smettere di fare sono: tamburellare con le nocche su oggetti di legno quando è pensierosa e studiare la matematica (peraltro senza dimostrare nessun particolare talento in materia). A diciannove anni, senza alcun motivo apparente, la madre la manda fuori di casa. A vent’anni, dopo aver comprato un’ascia per il suo compleanno (sic!), viene chiamata a sostituire l’insegnante di matematica di una scuola elementare (non fatevi troppe domande sui criteri di selezione). Qui avrà a che fare con una classe di bambini che potremmo eufemisticamente definire “problematici” e conoscerà un giovane collega col quale inizierà una relazione (con tanto di copula catartica, ça va sans dire…).
Senza voler rovinare la sorpresa a chi di voi volesse leggere l’opera che, secondo quanto dice l’ineffabile Giancarlo De Cataldo in copertina “ha proiettato Aimee Bender nell’Olimpo degli scrittori americani” (immagino che per Roth, DeLillo et alia il nostro immagini un universo parallelo…!), vorrei sottolineare quello che ho apprezzato del libro: niente. I personaggi sono scialbi e descritti senza ironia o vivacità. Alcuni poi, come il padre di Mona, risultano simpatici come una colica renale durante un volo transoceanico. Lo stile è avvincente come un annuncio funebre. Alcune situazioni, poi, sono talmente assurde e inverosimili da essere incommentabili. Ad esempio (pag. 150) quella in cui un alunno porta in classe per una esercitazione una teca contenente  il braccio amputato del padre (e non sto qui a sindacare su come sia possibile conservare in casa – e presumibilmente imbalsamare – un arto amputato!), o la scena dell’ascia (pag. 176) quando, dopo aver sfiorato una strage, la nostra ineffabile Mona invece di essere arrestata o almeno citata per danni dai genitori dei suoi alunni fino alla ventesima generazione di discendenti, viene solo licenziata.
Ora, non voglio asserire che l’assurdo non possa costituire l’ingrediente di un romanzo, al contrario. Ho amato profondamente “Il mondo secondo Garp” di John Irving, molti racconti di David Foster Wallace, “Entropia” e “Vineland” di Pynchon, opere in cui il paradosso e lo straniamento conseguente costituiscono un vero e proprio tessuto connettivo, l’architrave, la struttura portante. Il problema è che per governare tutto questo, per riuscire a farlo funzionare sul piano narrativo, è necessario un talento vero e una fantasia potente, tutte prerogative assolutamente assenti nel caso della Bender. Un’ulteriore aggravante è poi costituita dal vezzo di non usare le virgolette nel discorso diretto. Insopportabile. In sintesi, il mio giudizio sul libro può essere riassunto dall’aggettivo che si ricava dalle iniziali dei capoversi di questa recensione.
E su questo non ho altro da aggiungere

#fallabreve: magari fosse stato invisibile il libro…
“Un segno invisibile e mio” di Aimee Bender
BEAT 2011 (2000)
Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa
pp. 236
€9,00

(Data di prima pubblicazione su ifioridelpeggio.blogspot.it: 18/03/2014)

 

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